Adriano Petta
Nel rogo del calamaio

breve saggio sull'arte del romanzo
(Introduzione a "La duchessa del trionfo" - Traduzione del racconto "Un documento"
di Leopoldo Alas - Clarín - La collanina/Classici in breve - EDIS, Febbraio 1995)
Quando nel 1960 Flaviarosa Rossini (per conto della UTET) ultimò la traduzione de La regenta ("La presidentessa"),
non poté fare a meno di elaborare un'approfondita introduzione non soltanto al romanzo capolavoro ma al pensiero
e all'opera di Leopoldo Garcia de las Alas y Ureña sconosciuto in Italia, ma nel mondo intero noto con lo
pseudonimo di Clarín: fu quella la prima opera del grande scrittore spagnolo tradotta in lingua italiana.
Ed eccomi, trentaquattro anni dopo (per i tipi della EDIS) a tradurre e presentare uno degli oltre cento
racconti di Clarín: "La duchessa del Trionfo" (il cui titolo originale è "Un documento"). Chi ha eseguito
quest'opera (facendo una traduzione letteraria, libera… ma all'interno dello stile e dell'atmosfera creata
dall'autore) e che ora sta curando anche questa nota, è romanziere anch'egli: ecco il vero motivo per cui ha
particolarmente amato questo racconto. È doveroso da parte mia indirizzare un cenno di gratitudine a Consuelo
Alvarez dell'Istituto di Cultura Spagnola Cervantes di Roma, fiera conterranea di Clarín, che mi ha trasmesso
qualche briciola della sensibilità letteraria veramente asturiana di questo grande filosofo, critico e narratore:
quel suo limpido amore per l'autentica vita della natura, sgorgato nei verdi prati delle montagne, fra le case
linde ed il cielo plumbeo delle Asturie.
Clarín scrive questo racconto durante il mese di dicembre del 1882: ha trent'anni, gli è stata finalmente
assegnata la cattedra di Economia Politica all'università di Zaragoza e da pochi mesi si è unito in matrimonio
con Onofre García Argüelles. Ma ha dovuto lasciare la sua terra. Le sue amate verdi Asturie. La sua vetusta
Oviedo. È in viaggio per l'Andalusia come corrispondente del quotidiano El Día. È notte, un vento gelido
strappa agli alberi le ultime foglie e sibilando le tormenta lungo i vicoli oscuri; nella locanda il giovane
scrittore è l'unico a non dormire, seduto al tavolino della modesta stanzetta: sposta la candela sulla sua
destra, affinché le instancabili lingue d'ombra scivolino via sotto il pennino, mentre scrive senza che le
parole si rabbuino: quella notte è deciso a scrivere con la sinistra, non vuol dimenticare che è nato mancino
e che il suo vergare i fogli con la destra è solo frutto di costrizione e di esercizio. Intinge il pennino nel
calamaio, i fogli sono ancora immacolati: Dio gli ha impresso nel sangue il comando di scrivere con la mano nel
cuore, mentre la maggioranza della gente scrive con la destra: un'aula… un'immensa gabbia dove tutti scrivono
sotto dettato. Con febbrile impazienza Clarín torna a intingere il pennino : lui brucerà nel rogo di quel
calamaio; lo sente, lo sa! Ma quella gente ha bisogno d'un punto di riferimento! Lui sa perfettamente di non
possedere la Verità (difatti - nell'intrico dei fabbricanti di veli - sta ancora dibattendosi tra realtà
assoluta e divina); è cosciente, però, di non essere una persona superficiale: ha rubato e continuerà a
strappare tante ore di sonno alla notte, per illuminare altri brandelli della conoscenza; ed ogni volta che
ne afferra uno e lo fa suo, esso assume la forma d'una chiave che lui usa per schiudere la luce d'un altro
brandello ancora. Quando scrive articoli di critica, di teoria letteraria o di temi politici, lui, Clarín,
sfodera una dirittura morale simile a quella di Nietzsche, che sta ribellandosi alle prepotenze ed ai soprusi
che la vita subisce a causa del Cristianesimo… e segue quella: non è in vendita, lui non scrive per alzare
la sua posizione sociale, ma per elevare quella del suo popolo: se per aprire gli occhi a quella 'plebaglia'
deve usare la sferza dell'ironia, del grottesco, della satira… non ci pensa due volte. È disposto a pagare di
persona: com'era accaduto quattro anni prima, quando il ministro della Pubblica Istruzione - da lui ridicolizzato
in alcuni articoli - non gli aveva assegnato la cattedra all'università, pur essendosi classificato primo al
concorso. Il suo spirito irrequieto, ma illuminato, si è calato come un'ascia nel mare ghiacciato del perbenismo
della borghesia spagnola, abbattendosi come una tempesta di tuoni e fulmini sulle menti inaridite dall'ipocrisia
e livellate dal conformismo. Il filosofo e poeta, lo scrittore realista, l'uomo liberale forgiato alla scuola
del positivismo. L'ateo che sferza i giullari della Chiesa perché è certo che tutti i suoi dubbi siano veri
atti di amore rivolti a quella voce inesplicabile che ancora si cela nel cantuccio più segreto del suo
animo… (mentre la stupida cieca fede è così amorale!); quell'uomo che finora ha usato la penna soprattutto
per combattere l'ingiustizia, la corruzione, il falso ed il superficiale: ebbene, il dio agitante di Clarín
non riesce a trovar pace; con quale mano deve scrivere? Con quella del dubbio o quella della fede? Con quella
della sensibilità o quella dell'intellettualismo? Con quella della dolcezza o quella dello spirito critico?
A chi deve dare ascolto? Al suo cuore caldo o alla mente fredda?
Il pennino tremola dinanzi al crocicchio anima/mondo, sogno/realtà, ideale/reale: ogni fibra del suo essere
sta già lavorando al progetto della città di Vetusta, fra le mura della sua amata criticata Oviedo: all'idea
di quel romanzo che i posteri ricorderanno assieme ad Anna Karenina e Madame Bovary; ma prima… sì, prima deve
fare qualche riflessione sul ruolo che lui avrà in quella vicenda: sì, proprio lui, l'autore, colui che sta
per dare vita a delle creature. Come farà ad amare col cuore caldo i personaggi delle sue storie e,
contemporaneamente, liberare la lucidità introspettiva della sua mente? Clarín - che ha già scritto "Il
diavolo nella Settimana Santa" - si decide a fare una seconda prova: dal cantuccio dei ricordi rispolvera
brani di vita da bohemién, i suoi sette anni di università a Madrid assieme agli amici Tuero, Palacio e Rubín,
il circo; lui che restava indifferente alle acrobazie ed al frastuono della banda, fissando incantato quella
nobildonna bella come il sole… Cristina… sì, la chiamerà Cristina… la duchessa del Trionfo; mentre quel giovane
scrittore che se ne sta con lo sguardo imbambolato fisso su quella splendida creatura, si chiamerà Fernando:
Cristina e Fernando.
Ecco quello strano inquieto formicolio che dal cuore vola - tremulo ed impaziente - nelle dita che inforcano
la penna: Clarín comincia ad annusare la magica atmosfera del racconto; allora il pennino prende a vergare il
pensiero attorno al quale lui edificherà il più atipico dei suoi racconti, questa duchessa del Trionfo: una
delle due prove di narrativa che precedono la creazione del suo capolavoro "La Presidentessa":
"… l'artista, piccolo dio egocentrico che vive solo per sé e per i suoi pensieri, che nel mondo non vede altro
che una serie di affascinanti e curiosi scenari, la cui unica ragion d'essere è quella di servirea al romanziere
da modello per le sue creazioni letterarie…"
Ma prima d'iniziare il racconto vero e proprio, prende a buttar giù incalzanti riflessioni e frammenti di
pensieri che rilegge, strappa… e che poi getta in un cestino di legno poggiato ai suoi piedi: Clarín non può
sapere che dal fondo di quel cestello si snoda un vorticoso crepaccio verniciato con pulviscolo d'oro caldo,
un cilindro magico dove il Tempo è volato via, alla cui estremità ci sono le mie mani protese: le mani avide e
tremanti di chi sta scrivendo queste pagine.
Primo frammento
Amico Nietzsche, perché ostacoli la nascita di questo racconto? Da Sils-Maria il tuo grido è giunto qui in
Andalusia: è a Fernando e Cristina che ti rivolgi, è me che ammonisci quando sentenzi che "i loro pensieri
non costituiscono un'appassionata storia di anime, che non c'è nulla da dover intuire in essi: né crisi, né
catastrofi, né momenti di morte, né romanzo…" Permettimi però di ricordati (anche se ciò ti farà male!) il
tuo sfogo di poche settimane fa quando forse hai perso per sempre la tua affascinante Lou: "Quest'ultimo
boccone di vita è stato per me finora il più duro da masticare ed è pur sempre possibile ch'io ne rimanga
soffocato…Se non riesco ad inventare l'espediente alchimistico di trasformare questo fango in oro, sono perduto".
Amico mio: non solo sei spietato nei miei riguardi, ma ancor più lo sei verso te stesso! Abbiamo quasi la stessa
età, abbiamo sacrificato l'intera gioventù a studiare, consultare, indagare, speculare, sgobbare… per sollevarci
liberi e senza paura al di sopra degli uomini, costumi, leggi e tradizionali valutazioni delle cose: è la
conoscenza la nostra principale ragion di vita, anche se - a parer mio - essa è solo una parte dell'uomo!
Ma io non riesco ad esser duro come te verso l'arte! Adoriamo entrambi la musica, ma tu - pur sapendo che è
il linguaggio degli dèi - continui ad asserire che essa rende difficile pensare chiaramente, in quanto
narcotico inebriante… ma annebbiante! Amico Friedrich, lasciamelo dire: sei diventato proprio uno di coloro
che si sono abituati a soffocare le illusioni, a strangolare sogni e folli romantiche fantasticherie, decisi
a voler essere - ad ogni costo - banali uomini giudiziosi! Credi forse che non comprenda il tuo stato d'animo?
In qualunque città io viva, mi sento come un estraneo; in tutto il paese mi prendono per folle… un buffone che
grida verità che nessuno ha voglia di ascoltare! Nella tua terra - così come nella mia - dicono che si viveva
più tranquillamente prima che quei due folli di Nietzsche e di Clarín si mettessero a predicare. Ma noi siamo
due spiriti liberi che - nonostante le origini, l'ambiente, il ceto sociale… e nonostante le opinioni dominanti -
ebbene, la pensano quasi sempre diversamente dagli altri: noi sentiamo che è nostro dovere svegliare le
coscienze addormentate ed accennare nuovi sentieri. L'unica differenza è che tu preferisci farlo come filosofo,
io principalmente come artista.
Ma i tuoi scritti, carissimo amico, li leggono solo quelli che abitano le tue cime alte,
solo hommes de lettres: io, invece, sto privilegiando la via dei racconti perché possono essere pubblicati su riviste e quotidiani,
affinché possano giungere anche e soprattutto nelle case della gente comune, della plebaglia!
Anche se ti danni per convincermi che non sai cosa siano i problemi puramente intellettuali e che nelle tue
opere hai messo tutto il tuo corpo e la tua vita, perché allora non hai mai fatto rivivere il tuo bruciante
amore con Ernst al collegio di Porta? Hai dovuto tenere nascosto il tuo folgorante incontro con 'Dionisio'
proprio per non volerti abbandonare - almeno una volta! - fra le braccia del romanzo, di quell'arte del fabulare
che nel linguaggio realizza anche il sogno più oscuro e irrealizzabile! Che riuscendo a tradurre in realtà
la soddisfazione del desiderio, senza mortificarlo né soffocarlo, diventa viatico di liberazione della
coscienza…Anch'io, Friedrich, due anni or sono, m'affacciai all'orlo dell'abisso… e mi persi nello sguardo
timido d'un giovane collegiale dagli occhi azzurri e dalla labbra carnose… ma ho violato la verginità di
alcuni fogli immacolati, con una penna che affondavo nel rogo vibrante d'un calamaio per imprimere il mio
incontro con Dionisio: ho scritto un racconto folle, ho costruito uno scenario infernale, proprio dentro una
cattedrale. E quando nell'aria hanno preso a stagnare noia e languore, ecco in quel preciso momento ho sentito
la voce calda e carezzevole del desiderio incatenato che mi alitava battiti segreti nel sangue e mi sussurrava
di non lasciare che la prudenza del mondo mormorasse troppo vicino al mio orecchio perché quella era l'ora
dell'inatteso… ed allora ho acceso mille fiaccole attorno ad una splendida donna, ho fatto entrare in scena
Satana in persona, nella platea credulona ho liberato vampate di piombo, zolfo e fuoco; e mentre tutta
l'attenzione degli spettatori veniva deviata verso l'artificiosa bellezza della giunonica dama, la mano
accaldata di quel giovane collegiale (che prima aveva abbassato gli occhi dinanzi al mio sguardo carezzevole…)
nell'infernale atmosfera che avevo creato e che ormai ci nascondeva ai creduli bacchettoni, quella tremula
mano di cerbiatto ha afferrato la mia e, mentre gli innocenti occhi azzurri - accesi d'improvvisa malizia -
mi sorridevano complici, le fresche labbra carnose mi hanno sussurrato: "Vieni, il mistero dionisiaco ti
aspetta…"
Ecco, ho scelto i racconti anche per questo: perché narrare è realizzare il sogno più irrealizzabile: a volte
capita d'innamorarsi di uno sguardo colto al volto nella moltitudine di una chiesa, d'un teatro o di un circo…
lo sguardo di un affascinante creatura dal collo bianco e voluttuoso avvolta in un atmosfera di odori delicati,
intensi e dolcissimi; e, pur cosciente che lo scrivere è finzione, si comincia ad inondare fogli bianchi con
il sogno che si è acceso lungo il grigio ciabattare d'ogni giorno… e con la paura che la mente fredda possa
dissolvere l'incanto, il cuore prende a palpitare violentemente. Ed è proprio in questo modo che nasce una
fabula! Ma è solo fabulare? Dov'è - nel mondo del racconto e del romanzo - il confine tra finzione e realtà?
Credimi, lungo il sentiero della fiaba ci si incammina quando ti senti proprio come un ciottolo abbandonato
sulle rive della esistenza; lo fai perché lì spira la brezza del sogno: quell'aura che per un po' tiene lontano
lo squallore di questo stagno pregno di stupidità organizzata, di atmosfera falsa, arida. Talvolta, poi,
quella brezza porta con sé un polverio di profumi così sognanti, che finisci per innamorati veramente della
creatura del tuo sogno, e ci piangi, ci ridi assieme, ci fai l'amore.
Non capisci, amico Nietzsche? È proprio l'arte, la musica, il fabulare l'espediente alchimistico che trasforma
il fango in oro!
Secondo frammento
È dalla realtà che dovrei attingere la materia grezza per edificare la storia dei due predatori di sogni
Cristina e Fernando, mentre io conosco il mondo e la vita soprattutto attraverso i romanzi: insegno alla
università; gli editori mi chiedono storie e racconti; i giornali vogliono articoli su articoli; la famiglia
mi vuole, i politici tentano di farmi partecipare alla cosa pubblica, ho quasi rinunciato al piacere della
lettura e della musica. Non ho tempo nemmeno per mangiare e dormire: vivo solo in attesa dell'estate a Guimarán
per riappacificarmi con il sole e con il mio dio; ma non riesco a rimanere indifferente dinanzi alla decadenza
spirituale e politica di questa maledetta fine di secolo: se non ci penso io a combattere questa gerarchia
letteraria che ha creato una stampa incolta e servile, se non lotto io contro questi fantasmi della cultura,
chi lo farà? Sempre più spesso vedo la mia vita diguazzare lungo stagni melmosi da cui si leva un continuo
berciare e schiamazzare. Ma è proprio in questi momenti che la mia piccola, unica, irripetibile vita - per
non essere inghiottita dallo sfinimento e dalla disperazione - si aggrappa al sogno; ed ogni preludio di morte
diviene polverio di vita; ed è per questo che forse io sono meno sfortunato di tante altre creature: perché
riesco ad afferrare la realtà arida e limacciosa, plasmarla con la penna e renderla vibrante anche quando è
squallida: effondendovi sopra una manciata di briciole luminose, che solo i cieli squarciati in lampi della
mia fantasia riescono a liberare. Perché il mio cuore - vulcano e rifugio di voli non fuggiti - è un piccolo
setaccio: il rigagnolo della mia vita, a volte lento a volte impetuoso, serpeggiando confluisce e si riversa
in esso: ma il setaccio filtra e libera solo quelle briciole di polvere luminosa che lumeggiano anche le storie
più disparate. E allora accade che la fine di Fernando e Cristina, che annegano in un mucchio di carne lasciva,
non è poi così orribile: il mondo in cui loro due (i miei personaggi) possono rifugiarsi è lo stesso dove mi
rintano io che li sto creando; è lo stesso dove si sono già rifugiati Rosario e Speraindeo: la torre di
cristallo senza cupola dove volteggiano le farfalle e i profumi dei fiori… dove, per toccare il cielo, basta
farsi spingere dalla luce e dal vento.
Ma a volte quella torre di cristallo tanto idealizzata - una volta trovata e divenuta fissa dimora - ai miei
occhi finisce per assumere l'aspetto di una gabbia, un museo di ornitologia; e gli uccelli e le farfalle, che
una volta mi sembravano fiori con le ali, ora non sono che esemplari impagliati che Rosario spolvera dal mattino
alla sera con opprimente meticolosità. Allora, pur di fuggire da quel carcere, vado a rannicchiarmi in un'umida,
vetusta cattedrale pregna d'idolatria e d'incenso. E proprio là torno ad incontrare gli occhi languidi ed
annoiati di quell'affascinante gran dama che, quando studiavo a Madrid, mi stregarono per settimane intere
nella folla di quel circo… ed anche gli occhi di Cristina mi riconoscono, e mi fissano impudichi, eloquenti,
accennando di seguirla: nella sagrestia … la sagrestia da dove si accede alla torre campanaria. Allora mi
sento come investito da una brezza infuocata che scuote l'aria, risvegliato da un alito fresco che mi
ringiovanisce e mi rallegra l'animo: afferro un libro di preghiere poggiato sopra un banco, strappo un foglio
dall'Apocalisse… Isaia? Voi guarderete ma non vedrete la resurrezione dei due testimoni! Con un lapis disegno
una raganella e la mostro al ridente Signore degli Abissi il quale - nascosto in un triangolo di legno sopra
l'altare maggiore - sta seguendo compiaciuto i palpiti del mio cuore: un lampo di complicità nei neri occhi
sfavillanti… e lo strumento musicale dagli inferi vola nella mia mano; mi chino su un bambino dagli occhi
spiritati e gli dico che è ora di dare il segnale. Si scatena il finimondo! Il crepitio di cento, mille
raganelle calpesta il pappagallesco salmodiare dei bigotti, l'asfittica cantilena dei suffragi, le biascicanti
orazioni per i morti! Altro incenso nei turiboli, vortici di fumo, nuvole dense che velano tutto, che nascondono
la mia mano mentre afferra quella di Cristina; esalazioni che coprono la nostra fuga verso la sagrestia, mentre
ci arrampichiamo sulle scale e cerchiamo scampo nell'alto della torre. E col cuore che mi martella seguo
incantato i passi languidi e flessuosi di Cristina che raggiunge il mio rifugio di voli non fuggiti, ormai
dimentica di Fernando e del mondo intero, perché appartiene solo a me… a me che l'ho creata dalla musica e
dal vento.
Terzo frammento
Con questo racconto voglio esplorare la lotta fra corpo ed anima. E non devo parteggiare per nessuno dei due
personaggi: non devo dimenticare che il mio compito è di essere giusto nei confronti di tutt'e due. Fernando
e Cristina cercano sì l'aria pura delle cime, ma finiranno per cadere nella solita palude.
Eppure, almeno una volta nella mia vita di scrittore, devo tentare di liberare la mia verità: ormai sono quasi
certo - alla pari di James - che per un novelliere non ci sono limiti alle sue esperienze, ai suoi sforzi,
alle sue scoperte, ai suoi tentativi, ai suoi risultati possibili… ed anche ai tormenti che ne derivano! Ma
egli ha un vantaggio, un potere in più rispetto a tutti gli altri uomini: Fernando può anche fallire come
innamorato, come amante… mai come romanziere, in quanto quel fallimento può diventare una storia scritta!
Quindi, prima che la candela si consumi, devo creare un grande racconto! Poco importa come vada a finire:
anche quando nella vita perderà, Fernando vincerà sempre… mentre Cristina - il cui universo si chiude su se
stessa - è destinata a perdere, Fernando uomo viene sconfitto, perché la palude in cui vive ed opera non gli
permette di elevarsi sino a quella bellezza interiore che pur riesce a percepire con l'anima e con la mente.
Fernando scrittore vince. Perché la vita del romanziere è un universo aperto.
Ecco: lo scenario è finalmente costruito, Fernando e Cristina sono pronti a recitare la loro parte, s'alza
il sipario de La Duchessa del Trionfo, i due protagonisti s'incamminano sul sentiero della fiaba… ed io,
Clarín, solitario fabbricante di sogni, resto solo, in compagnia dello scialbo chiarore della candela sul
mio tavolo. E mentre il polverio dell'alba comincia a premere sulle imposte delle finestra, i battiti del
mio cuore diventano sempre più inquieti, affannosi: ho paura che la mia mente fredda possa dissolvere l'incanto,
tremo al pensiero di levarmi in piedi, di spalancare la finestra o schiudere l'uscio…
Ma devo vincerlo, questo tremore. Perché è solo là fuori, nel confuso brulichio del mondo, che potrò attendere
l'arrivo d'un uragano che spazzerà via per sempre i pali del telegrafo e le linee ferroviarie che permettono ai
treni di portare vacche e soldati al macello, per ingrassare ricchi e preti… e, dopo la tempesta, il risorgere di
un frizzante polverio luminoso che torna a far danzare alla vita il velluto verde dei prati, ed i prati che
ritornano a nutrire lo stomaco profumato delle docili mucche, e dalla rugiada del latte torna a sprigionarsi
la favilla della vita.
Perché è solo là fuori che la vita ha un senso: nella moltitudine di un circo dove una splendida creatura
inforca un binocolo verso un umile scrittore, come se lo stesse prendendo di mira per mezzo di due cannoni
caricati con bombe incendiarie; nel canto d'un grillo che inneggia al sole di mezzogiorno; lungo una
processione di angeli tristi che si trascinano ciabattando verso uno scialbo tramonto… ed in mezzo alla quale
corre il diavolo sognante che anela alla libertà, all'allegria, alla follia, all'amore, alla brezza che
suggella il caldo bacio che stanno per darsi la terra ed il sole; nel piacere, nella passione sfrenata, nelle
infinite inesplicabili sciagure, nell'incertezza d'ogni ora, nel pericolo d'ogni momento, nella vibrante
varietà di emozioni… È quella la vita… la vita vera!
Solo dopo che alcuni frantumi di quello straordinario brulichio saranno riusciti a trapassare la cittadella
senza difese dove si dibattono la mia mente fredda ed il mio cuore caldo… soltanto dopo, potrò tornare a
questo tavolo.
Ed il mio dio agitante si ritufferà nel rogo del calamaio, per continuare a cercare la verità attraverso i
personaggi dei miei racconti e dei miei romanzi… anche se ha già trovato il sentiero che - per un disperato
predatore di cielo come me - conduce al migliore dei mondi impossibili.