IV di copertina de "La libertà di Marusja"

Un uomo perdutamente innamorato di sua figlia
sogna di fare di lei una grande musicista, una pianista che emuli il talento di Maria Yudina.
Un uomo investe in sua figlia tutti i suoi sogni, le sue aspirazioni, l'ansia ossessiva del suo riscatto,
divorato da una lucida disperata follia per la musica.
La musica come dèmone e come ossessione. Bologna come scenario con i suoi portici e le sue brume, con le sue
indifferenze ed il suo disfacimento.
Un romanzo di sentimenti in cui si concentra molto del nostro più recente vissuto.
"LA LIBERTÀ DI MARUSJA":
la musica come musa ispiratrice
L'autore Adriano Petta sceglie il nostro giornale per svelarsi
(Il Paese - sabato 3 aprile 1993 - pag, 18 - Cultura)
Si erano chiesti in molti oltre un anno fa, chi si nascondesse dietro il romanzo anonimo
"La libertà di Marusja" (pag. 216 - L. 25.000) pubblicato dalla casa editrice Gitti Europa di Milano.
Le pagine vibranti e sensuali, incestuose e visionarie, calde e intense come la musica che attraversa
tutto il libro, avevano fatto registrare in ambienti intellettuali vicini alla casa editrice, numerose
ipotesi. Per une serie di fortunose circostanze, proprio io che avevo scritto la quarta di copertina di
questo libro, sono riuscito a conversare con l'autore, ora che è venuto a meno l'impegno all'anonimato
durato oltre un anno. Ho incontrato a Roma Adriano Petta. Quella che segue è uno stralcio della chiacchierata
avuta con lo scrittore.
Adriano, qual'è stata la tua formazione culturale? E come sei arrivato a scrivere "La libertà di Marusja" e
gli altri romanzi?
Sono figlio del dopoguerra, anno 1945. Frequentai le elementari nel mio "Natio borgo selvaggio"… Carpinone,
un paesino dell'alto Molise imbacuccato per cinque mesi all'anno nella neve. A dieci anni giunsi a Roma,
praticamente analfabeta… anche se a scuola avevo ottimi voti… Accadde che mio padre - invalido di guerra e
impossibilitato a proseguire il lavoro della campagna - fosse sistemato come custode presso la biblioteca
d'Archeologia e Storia dell'Arte di Palazzo Venezia. E fu lì che per tutta la mia adolescenza, al sesto
piano della torre, trascorsi interminabili pomeriggi immerso nella polvere luminosa dei libri… in compagnia
delle opere dei miei veri maestri: Mann, Proust, Pirandello, Ugo, Verga, Toltoi, Hesse, Dostoevskij…
Ma l'unica possibilità che le mie condizioni familiari mi offrivano era quella di frequentare l'istituto
industriale… e così - con Leopardi e Schubert nel cuore - m'avviai verso il grigiore dell'elettronica.
Per un anno riuscii a studiare anche musica, ma dovevo pensare soprattutto ai miei studi tecnici…
E così addio alla torre di Palazzo Venezia. Poi venne il diploma di perito industriale in telecomunicazioni,
il lavoro, il trasferimento in Spagna, a Barcellona, l'innamoramento, le nozze, il figlio, il sindacato…
Una vita a correre, a lottare… ma anche a leggere i miei nuovi maestri: Fromm, Brecht, Magris, Bernahrd,
Horkheimer, Böll… Poi, dieci anni fa, mi trovai sull'orlo d'una profonda depressione e, per evadere dal
mondo delle regole, presi a scrivere romanzi… cominciando proprio con Marusja, una creatura che aveva
tutto ciò che mi mancava per continuare a vivere: Laura, infatti, rappresentava il fuoco della musica,
il sangue vergine, la brezza maliziosa, l'incanto sconosciuto…
Perché proprio Bologna come scenario per il tuo romanzo?
Pur vivendo in provincia di Roma, da oltre vent'anni trascorro una manciata di giorni all'anno nella città
dove vive mia sorella: Bologna. Lei abita proprio in centro, accanto al teatro Duse. Lentamente questa città
m'è entrata nel cuore. Bologna è umida; a parte l'estate, la vita si svolge sopratutto in casa, sotto i
portici… raramente alla luce del sole, anche perché quest'ultimo è languido, opaco. In inverno la luce è
nebbiosa, morbida, pericolosa… sognante… Un freddo pomeriggio di febbraio passeggiavo tutto solo per la
città immersa nella neve e colorata di maschere. Per caso entrai nel chiostro del conservatorio di musica:
era deserto, sul giardino e sul pozzo cadevano sonnolenti fiocchi di neve. Me ne stavo appoggiato a una
colonna, naso in aria… quando al piano di sopra un pianoforte cominciò a suonare. La luce accesa d'una
stanza catturò i miei occhi… ecco, la melodia veniva da quella finestra. Era l'ultimo studio trascendentale
di Liszt… "Tempesta di neve". La melodia era dolcissima… ma intrisa d'una sottile disperazione: solo una
fanciulla in fiore poteva suonare con tanta delicatezza… E come d'incanto il mio corpo pigro e il mio capo
vuoto, immersi in quella fredda aria sonnecchiante, cominciarono ad essere schiaffeggiati da una disperata
tormentata di neve… Il romanzo era cominciato. Ma non ero stato io a scegliere Bologna come scenario…
Quindi Laura è nata proprio con quella struggente melodia… Perché tanta musica, non solo in questo romanzo,
ma in molte altre tue opere?
Nulla come la musica sinfonica riesce a strapparmi alla vita che si trascina ciabattando trasportandomi lungo
la via dei miei romanzi: è essa la mia musa ispiratrice. Avrei voluto crearla con queste mie piccole goffe mani.
Sognavo di suonare il pianoforte, ma mi accontentai della fisarmonica. Più d'ogni altra cosa al mondo, avrei
voluto dirigere un'orchestra sinfonica… Ma con "La libertà di Marusja" scoprii che forse il modo più semplice
per liberare il mio dio agitante… era proprio quello di scrivere romanzi. È stata la "Tempesta di neve" di
Liszt - quel pomeriggio a Bologna - a plasmare Laura, è stato il concerto per pianoforte ed orchestra
numero uno di Liszt e le sue terribili ottave iniziali… a dare vita alla demoniaca ossessione di Nicola.
Un anno fa, ad esempio, viaggiavo in auto, solo. Inserii nello stereo una musicassetta appena comprata a
Roma: la Quinta Sinfonia di Mahler, mai ascoltata prima. Era notte, per arrivare a casa ci voleva un'ora…
più o meno la durata della sinfonia. Ebbene, a grandi linee, è stato durante quel breve tragitto ch'è
nato il mio sesto romanzo… a cui sto lavorando ora, "La sinfonia maledetta" in cui coronerò il mio sogno:
la protagonista, infatti, dirigerà un'orchestra sinfonica, e per almeno un anno anch'io parlerò il
linguaggio degli dèi…
Angelo Gaccione