Preview de "LA SINFONIA MALEDETTA"
(dalla postfazione di Gabriella Colletti)
Simbolo di un
oltre più vasto che la trascende, Irene è "creatura fragile e forte, negli occhi ha la fiamma della vita". Viene
dalla solitudine di un'adolescenza traumatica e ferita in cui, unico rifugio e risarcimento al male subito, è la
musica. Metafora del potere creatore della musica, Irene è animata in ogni fibra del suo essere dalla necessità
interiore: suonare bene, interpretare alla perfezione la V sinfonia di Mahler. "Far sorgere e fiorire da un inerte
cumulo di detriti un mondo".
Un direttore donna: un'eccezione, qualcosa di insolito, un'anomalia. Irene è agli antipodi dell'immagine archetipica
del maestro, che vede in personaggi patriarcali e corpulenti un modello esemplare di eccezionale virilità. Irene è
dita diafane, mani nervose e bellissime, bocca angelica e tremolante. Un ciuffo di capelli ribelli, riccioli scuri
sulla fronte delicata. Azzurri occhi dolcissimi paiono accarezzare ciascun membro del corpo orchestrale. Un alone
di dolce determinazione avvolge la ragazza. La passione nella voce e nelle parole: "voglio strappare dal ventre
degli strumenti e dal vostro cuore, un calore romantico mai udito finora, una delicatissima carica di emozione, un
tormento continuo, un anelito".
Dietro il mondo reale si cela quello vero. Una cordicella con attaccate piccole pietre colorate. Basta un alito di
vento per farla vibrare. Una dolcissima melodia si diffonde nell'aria. La collana musicale è più di un talismano.
Oggetto fatato che mette in comunicazione con un piano superiore di vita.
Stesso fine sia quello della musica che del romanzo: il ricongiungimento di apparenti dissonanze in una compiuta
unità. Molteplici i piani dell'esistenza allusi dall'autore. Mondo interiore ed esteriore sono fra loro intrecciati.
Anzi, reciproci. Il mare in tempesta riflette lo stato d'animo delle due donne. La nube gonfia di sabbia del
deserto, limacciosa e minacciosa, riflette l'anima malata di Donato. Mondo visibile e mondo invisibile si
ricongiungono. Tra i due piani si estendono e propagano, come cerchi nell'acqua dopo la caduta di un sasso,
"intime corrispondenze".
La musa dalle ali di fiamma
postfazione di Gabriella Colletti
Adriano Petta, l'autore memorabile di Ipazia scienziata alessandrina, Eresia pura e Roghi
fatui, con straordinaria naturalezza di stile, sua indelebile cifra, ci guida, quasi in sordina, nel magico,
sublime mondo di Irene Delille, l'ultima indimenticabile eroina del suo nuovo romanzo, La sinfonia maledetta.
Fin dalle prime battute, l'anima del lettore non può non essere sfiorata dalla musa dalle ali di fiamma scoprendo,
nel crescendo avvincente della trama, il fantastico mondo schiuso dal romanzo. Simbolo di un oltre più vasto che
la trascende, Irene è "creatura fragile e forte, negli occhi ha la fiamma della vita". Viene dalla solitudine di
un'adolescenza traumatica e ferita in cui, unico rifugio e risarcimento al male subito, è la musica. Scomparsa la
nonna, si ritrova in una novella "corte dei miracoli" sui generis. Amici della ragazza sono i barboni e i reietti,
coloro che hanno detto no al mondo delle regole. Tutti, come lei, musicisti. Ritorna alla mente un quadro di
Alessandro Magnasco, Concertino di straccioni. In un angolo del bosco, non lontano dalla torre saracena, teatro
dell'amore narrato nel romanzo, c'è una radura tra casupole di lamiera e roulottes arrugginite. Rovine fatiscenti,
schiamazzi di bambini, un pentolone fumante sul fuoco. E' lì che Irene ha suonato e diretto la sua orchestra di
straccioni, prima della sua grande possibilità, dirigere una vera orchestra. Loro, i rifiuti della società
codificata, sono fuggiti dall'aria irrespirabile delle convenzioni sociali, mossi da un autentico sentimento di
fratellanza e giustizia.
Metafora del potere creatore della musica, Irene è animata in ogni fibra del suo essere dalla necessità interiore:
suonare bene, interpretare alla perfezione la V sinfonia di Mahler. "Far sorgere e fiorire da un inerte cumulo di
detriti un mondo".
All'inizio della narrazione è vista dalla voce narrante, Teresa Albani, come creatura stramba, impacciata, buffa,
un "anatroccolo". C'è nell'epiteto un guizzo d'infanzia, che suscita disarmante tenerezza in chi veramente sa
osservarla. E la tenerezza è proprio il contrario del maschio vigore necessario a dirigere un'orchestra, secondo
un luogo comune. Un direttore donna: un'eccezione, qualcosa di insolito, un'anomalia. Irene è agli antipodi
dell'immagine archetipica del maestro, che vede in personaggi patriarcali e corpulenti un modello esemplare di
eccezionale virilità. Dogma infallibile, consolidato da una tradizione secolare, nel mondo delle regole dirigere
un'orchestra è, necessariamente, prerogativa maschile. Anche oggi, nel terzo millennio, le donne maestro si
contano sulla punta delle dita. Spregiativamente o ironicamente soprannominate dai colleghi "pupe con la
bacchetta". L'aggressività di un direttore maschio è la regola. Quella di una donna viene pregiudizialmente
bollata come prepotenza. E la maggior parte dei teatri fa fatica a scritturare una donna per una produzione di
rilievo.
Fin da subito, Irene Delille percepisce l'ostile diffidenza degli orchestrali, che si traduce in sberleffi verso
colei che osa infrangere regole-tabù. 76 uomini e solo 22 donne. Le cifre sono eloquenti. Fanno luce su un dato
realistico: la discriminazione di genere.
Romanzo come luogo geometrico. Coincidenza di passato e futuro, confessione e sogno. Esiste un mondo nascosto e
più autentico dietro quello apparentemente vero. La scrittura realizza una sorta di quadratura magica. Quattro i
personaggi, due donne e due uomini, forgiati con sorprendente vigore plastico dall'autore. Irene la protagonista,
Teresa prima viola e voce narrante, Donato primo violino e compagno di Teresa, Cumar il venditore ambulante di
pietre colorate.
Adriano Petta mescola, come nel gioco della natura, grottesco e sublime, luce e ombra. Della realtà c'è tutto.
In primo luogo la denuncia sociale, condotta anche sul piano del linguaggio, ironico, a tratti causticamente
satirico. Volto a rompere l'abbaglio di frivole e vuote consuetudini, smascherando ipocrisia e vacuità.
Irene è dita diafane, mani nervose e bellissime, bocca angelica e tremolante. Un ciuffo di capelli ribelli,
riccioli scuri sulla fronte delicata. Azzurri occhi dolcissimi paiono accarezzare ciascun membro del corpo
orchestrale. Un alone di dolce determinazione avvolge la ragazza. La passione nella voce e nelle parole: "voglio
strappare dal ventre degli strumenti e dal vostro cuore, un calore romantico mai udito finora, una delicatissima
carica di emozione, un tormento continuo, un anelito".
Come Cumar, figura straniata di barbone intellettuale, è spirituale e mite, ma non rassegnato, così Donato è
materialista, nichilista, burbero, violento. Artista non d'animo, bensì semplice esecutore del suo mestiere.
L'aspetto laido e ripugnante rispecchia la sua anima.
Romanzo erotico e fiaba a lieto fine. La sinfonia maledetta è la storia dell'amore di due donne e della loro
battaglia contro un mondo alla deriva, connotato da Donato e dalla massa degli orchestrali.
Del personaggio di Teresa colpisce il lettore la metamorfosi. Finalmente la donna troverà il coraggio di
abbandonare il suo vecchio involucro di convenienze sociali, in nome dell'amore e della libertà. Soprattutto della
libertà di amare. La voce narrante, onestamente, esibisce il suo fardello di colpe e sconfitte, meriti e demeriti.
Posta a un bivio dalla vita, mette le carte in tavola e, grazie a Irene e all'assimilazione del messaggio di Cumar,
trova in sé la forza di cambiare. La punizione di una vita non vissuta, o vissuta male, è trovarsi con il cuore
impietrito. Sarà Irene, la creatura dal cuore "intero", a schiudere l'altra all'amore, alla gioia, alla vita.
Nel romanzo è fortemente presente l'aspetto umorale degli ambienti descritti: la periferia di Roma, ostello di
coloro che vivono ai margini della società civile. Entrambe le donne sono passate dal medesimo calvario di questi
luoghi, ricettacolo della miseria umana. L'alito appanna il finestrino. Il tanfo emana dagli oggetti e dalle stanze
chiuse. La sporcizia sui muri si materializza in viscido contatto. Il passamano della bettola dove alloggia Irene
prima di trasferirsi nella torre saracena è "untuoso". Trapassa il cuore la luce a tempo che si spegne in
continuazione nell'umido e fetido scantinato. Un senso di fastidio invade il lettore quando si aggira in questi
luoghi della deiezione umana."Nuvole puzzolenti si sprigionano dai tubi di scappamento delle auto". Dolorose
sensazioni acustiche: "l'inferno dei clacson". Tattili: le mani sozze e pelose di Donato, più che altro zampe che
artigliano la preda in una morsa senza pietà.
Sulla disumanità grottesca o indifferente scende una liquida melodia: sono le collane musicali di Cumar. Un
tintinnio di campanelli si ode appena dietro il boato del mare in tempesta. A mano a mano si diffonde, trasportato
dall'ululato selvaggio del vento, si mescola all'urlo dei gabbiani. Onde marine e onde sonore. Onde vitali. Cumar
appartiene a un tipo di umanità più evoluta. L'uomo è uno scheletro vivente, dilaniato dalla febbre e dagli stenti,
ma possiede una sapienza illuminata e ancestrale che infonde speranza per un mondo nuovo. Profetizza un luogo ove
tutto è musica e armonia, un regno di giustizia. Da cui sono escluse la prepotenza e la tracotanza dei ricchi. Ha
per compagno un cane, un bastardino zoppo, reietto come lui, depositario di lealtà e vero affetto.
Irene ha in comune con gli altri protagonisti dei romanzi di Adriano Petta, da Giordano Nemorario a Giordano Bruno,
a Ipazia l'amore per la verità, quella "via del sole" che tutti gli esseri umani inseguono. La bellezza di queste
imponenti figure sta nella loro grandezza morale. Humus comune è l'innato senso di giustizia, forse che il
fondamento dell'estetica sia etico.
Nel gioco degli specchi che è l'arte del romanzo, gli affini si ritrovano. Il ricongiungimento avviene per mezzo
dell'amore. L'amore di Teresa e Irene. Quadratura fra spiritualità e sensualità. Ma affinché trionfi la gioia e
la giustizia Teresa deve liberarsi di tutte le contaminazioni terrestri. Non ultimo anche il benessere materiale
e il lusso rappresentati dalla villa di Donato.
Scriveva Hugo von Hofmannsthal, nel Cavaliere della Rosa: "Ci sono fili che vanno e tornano, elementi affini che
devono incontrarsi. Chi separa commette un'ingiustizia. Chi sceglie una sola parte dimentica che da essa sempre
si ode imprevisto il suono del tutto". La dimensione fluida della musica assomiglia, forse, allo sfondo dell'eterno.
Indicibile a parole, percepibile come suono in certi rari istanti di grazia. Irene, Teresa, Cumar guardano con
occhio puro in questa dimensione fluida, cui si accede attraverso la luce iridata delle collane musicali. Dapprima
un pulviscolo d'oro, poi il bianco che abbaglia. Senza paura, Irene e Teresa sono rapite e assenti. Schiacciate
dal peso della natura e dal peso della loro passione. Leggere come nuvole. Entrano nella dimensione dell'armonia.
Qui, i contrasti non sono più stridenti. I separati ingiustamente dalla storia, gli assolutamente inconciliabili,
si ricongiungono nel giusto accordo della musica.
Ogni storia d'amore è un salvataggio. Ma colui che salva è anche il salvato. Teresa ricomincia a vivere e Irene si
libera dei fantasmi del passato.
Dietro il mondo reale si cela quello vero. Una cordicella con attaccate piccole pietre colorate. Basta un alito
di vento per farla vibrare. Una dolcissima melodia si diffonde nell'aria. La collana musicale è più di un talismano.
Oggetto fatato che mette in comunicazione con un piano superiore di vita.
Stesso fine sia quello della musica che del romanzo: il ricongiungimento di apparenti dissonanze in una compiuta
unità. Molteplici i piani dell'esistenza allusi dall'autore. Mondo interiore ed esteriore sono fra loro intrecciati.
Anzi, reciproci. Il mare in tempesta riflette lo stato d'animo delle due donne. La nube gonfia di sabbia del
deserto, limacciosa e minacciosa, riflette l'anima malata di Donato. Mondo visibile e mondo invisibile si
ricongiungono. Tra i due piani si estendono e propagano, come cerchi nell'acqua dopo la caduta di un sasso,
"intime corrispondenze".