LA GUERRA DEI FIORI (EDIS, Brescia, 1993)
Il mondo sarà salvo
solo se sapremo scendere
alle radici stesse
del suo orrore.
(Luc Venet)


      Il primo aspetto da rivelare in questo libro è la temporalità schizofrenica che abita le ossessioni di Giulio, il personaggio-eroe che nasconde l'amore civile e l'impotenza cosmica in un nichilismo autodistruttivo, provocatorio e sporcato dalla violenza sessuale.
      Certe atmosfere delle bidonville, certe descrizioni e alcuni personaggi evocano il meglio della letteratura latino-americana, ma con un gusto tutto europeo del linguaggio.
      La scelta della narrazione in prima persona rende tutto molto inaccettabile, cinico: ma si tratta di un cinismo solo apparente, che spalanca a chi sa ben ascoltare e sentire le porte della bellezza e della coscienza.
La guerra dei fiori si rivela un'opera di grande affabulazione erotico-sociale: una gabbia emozionale dalla quale si guarda l'avventura apocalittica e la desolazione di questo tragico fine millennio.
Ne deriva una sinfonia della realtà in cui la Storia contemporanea, ancora e finalmente, rientra nel Romanzo: con una forza di verità e di moralità di grande coinvolgimento. E siamo tutti lì, alla fine, dentro l'oscura caligine che incombe sulle nostre solitudini, a scavare le fondamenta di una nuova civiltà e di un nuovo manesimo.

Donato Di Poce





Introduzione di Roberto Roversi
I confini del mondo

      Un inferno contrapposto ad altro inferno, Bombay e Città del Messico, luoghi della terra dove l'uomo sembra già scomparso o assorbito, direi spappolato, in un magma non più decifrabile, melmoso, senza luce. E poi il terzo inferno diretto, l'inferno di questo mondo occidentale, in cui c'è dentro anche l'Italia, che si sostiene in piedi con il puntello dei più feroci luoghi comuni, delle più devastanti ovvietà - che sono senza possibile consolazione, che non giustificano più nulla e si sperdono nel mare quotidiano di una violenza diabolica. I tre centri infernali finiscono per assemblarsi in un unico fuoco impietoso…
      Questo libro non concede al lettore di tirare il fiato neanche un momento; inviluppa; e sfugge via scrollandosi con rabbia da ogni possibile definizione. È un romanzo? È un racconto di perfide cose? O è un resoconto dell'abisso? Infine: può essere un diario vero, trascritto senza date, in una successione ossessionante di eventi? O anche, aggiungo adesso, una resa di conti di una generazione, attraverso la definizione dei singoli episodi, che sembrano disposti come croci di legno impeciato che bruciano di notte in un campo?
      Propendo con convinzione per la resa dei conti - che non potrebbe essere più spietata, e più diretta. Neanche per gli oppressi. Neanche per gli schiavi di sempre, che sembrano larve in attesa di consunzione e congedo.
      Dunque, le pagine che seguono raccolgono i dati precisi, in successione, dall'inferno del mondo. Non sull'inferno, ma dall'inferno. L'autore (la mano che scrive) non si sottrae a nulla e non trova giustificazione per eludere alcuna verità del reale. Non indaga, né tantomeno giudica; insegue soltanto, dice soltanto, ripete soltanto; si limita soltanto a condividere (che è molto di più di partecipare). È una delle formiche umane che si stanno suicidando; forse con il misero privilegio di riuscire qualche volta, e per qualche momento brevissimo, ad alzare la testa appena da terra, per cercare di vedere un poco più lontano.
      Ma tutto incombe, in queste pagine; tutto è incombente. Anche la scrittura. Anche la natura vista soprattutto come cielo e come terra contrapposti. Un cielo pochissime volte quieto e azzurrato (e allora le parole si ripuliscono, illimpidiscono come singole lacrime di un bambino), invece violento nero nemico, rovesciante acqua pesante sulla terra che diventa fango, immonda mistura di melma che trattiene i piedi, la vita.
      E la scrittura, dicevo; densa, incombente; avida e ossessiva; che sembra procedere come un coltello che produce lacerazioni sbavose sulla carta. Un'aggettivazione duplice, triplice, a perseguire la parola e a comprimerla, perché resti fissata come un marchio; per non lasciarla avanzare; schiacciandola sulla pagina come una mosca. E intorno, il fetore. Un fetore costante, devastante, che insegue tutto e tutti, spiazzando ogni possibilità di diversa speranza.
      Tanto che, a conclusione, il lettore si chiede: come si può sperare di continuare a vivere oggi? Non devo ormai rinunciare al mio destino? E ancora: forse non siamo già morti e non ci stiamo inseguendo come ombre, rimasugli di diavoli decapitati?
      L'inesorabilità documentaria di questo diario delle cose del mondo è sconvolgente; e come ho detto non lascia libero nessuno. Tutti siamo coinvolti, davvero come protagonisti, in questa odissea del male che è avanzato fino a rendere il declino pauroso del mondo quasi irrecuperabile.
      Sono momenti di crudezza epica le pagine che testimoniano della violenza sulle due bambine, in India e nel Messico; a stabilire, collegandole, la costanza di situazioni ignobili in ogni parte del mondo. Ma poi tutto è legato, in questo abisso del male contemporaneo, come un filo di durissimo ferro avvinto alla corteccia di un albero di cento anni. Le parole entrano e si attorcigliano sulla pagina fino a farla sanguinare.
      Questa universale violenza ormai incontrollata, ma in realtà mercificata e quindi ormai mescolata alla più vergognosa, alla più universale delle ipocrisie, ancora una volta - così esemplificata - sembra dare conferma alla convinzione, enunciata anche dal vecchio saggio Usuma, che prima finisce la razza umana meglio è. Insomma, la sola purificazione da un diluvio totale, da un lavacro totale delle coscienze, che le liberi dallo scopo primario riservato agli uomini nei secoli, cioè dal dominio del potere infernale della prepotenza e dell'oro.
      C'è un sogno, all'inizio di queste pagine, che introduce con alta violenza esemplare a questo. Proprio a questo. E da questo sentimento, da questa convinzione, si snoda il filo rosso di un testo che non si legge senza lasciarsi bruciare da un fuoco che distrugge, ma è anche liberatore, io sento. Infatti, il libro dentro al livido brivido della nostra storia di sempre (oggi, ieri) non è tetro. Tutto è, ma non tetro. Perché questo inesorabile (forsennato) interrogarsi e diluviare è vitale, dopotutto. E il lettore non muore.

Roberto Roversi



Postfazione di Rosa Amato

Il verismo sconcertante de La guerra dei fiori (libro-denuncia-documento)mi ha suggerito di ripercorrere alcune tappe, nel tentativo di andare oltre il contenuto manifesto, oltre l'inferno di un'umanità ferita, diseredata, emarginata, cosificata. Senza andare in confusione mentale Giulio ha sostato ai bordi dell'orrore che non conosce confini. Traghettato nel mondo dei disperati, le cui storie hanno un Neumen possente connesso ai percorsi subterranei della psiche, ne è stato risucchiato e sopraffatto. Uomo e reporter, umanità e professionalità…
Tutto assorbito dal magnetismo oscuro, emanante da situazioni di estrema magia simpatetica dove l'io, pur recalcitrante, si fonde con altre realtà, in contesti allucinatori, dove tutto ha i colori della sconfitta e dell'ossessione. E dove l'anima interrompe il suo processo sacrale di maturazione.
Una perdita e una conquista, però. Una partecipazione quasi mistica ai lanci senza slanci, ma che hanno fatto di Giulio un uomo lacerato, ma più consapevole: un uomo umanizzato!
      Senza uno spirito guida, lontano Virgilio, Giulio si perde nella selva oscura, si disorienta. Ma lotta, memore del cielo alchemico: perdita-sacrificio-luce. Un percorso esperienziale, il suo, un percorso germinale, dopo il Crepuscolo degli Dèi, il Ragnarok, dove le potenze avverse si combattono fino al dissolvimento dell'universo interiore, da cui partire per abbattere le paratie dell'ipocrisia, per picconare le comode posizioni in penombra di chi scherma i tragici eventi che funestano la vita di milioni di creature indifese.
      E per un ricupero totale, il silenzio e la solitudine, nella danza dell'io uno e multiplo; dell'io selvaggio che deve ululare alla luna come i lupi, per scaricare un tormento parimenti selvaggio. Un io amico; un io padre-madre, consapevole, misericordioso. Un io azzoppato, perché catapultato negli abissi della psiche da una società palliata di perbenismo, di devozionismi, di simonia. Una società-discarica dove tutto si agglutina, fermenta, si trasforma, imputridisce.
      Ma la zoppia di Giulio è simile a quella di Efesto, fragile comparsa nella contesa di dèi, accecati dalla passione. Destino tragico il suo, da cui un'arte mirabile in grado di reintegrarlo nel mondo, con arti d'oro e d'argento.
Dall'Horror al Pathos, fino al Logos puro e coraggioso che mette in gioco se stesso, su vie impervie, lastricate dai farisei, nella divina solitudine che ricusa il raduno dei commedianti in maschera. Chi desidera rimanere puro tra gli uomini, deve saper lavare se stesso anche in acque sporche. E ancora: La resurrezione è possibile solo dopo l'esperienza del sepolcro. (Nietsche).

Rosa Amato



Nota dell'autore       Dopo aver frugato nell'inferno degli slums di Calcutta e Bombay, nelle favelas di Rio, S. Paolo e Cubatao, nelle discariche pubbliche di Città del Messico, mi resi conto che per il romanzo che mi accingevo a scrivere non avrei avuto bisogno di inventare con verità: sarebbe bastato far parlare gli occhi disperati ed innocenti di Sita, Anna Carolina e Maria… le povere creature che avevo incontrato lungo questa mia discesa agli inferi.
      Ma come stanare quel Giulio che - allo stesso modo di Svidrigailov con Dostoevskij in Delitto e castigo - si annidava nelle crepe più viscide del mio animo?
      Da Forster avevo appreso che il romanzo è una massa paurosa, una delle regioni più umide della letteratura, solcata da cento rivoli; e capivo che La guerra dei fiori poteva degenerare in palude. L'uso della prima persona al tempo presente mi faceva tremare… ma sentivo che sarebbe stata proprio questa la chiave che avrebbe snidato il mio Svidrigailov.
      E così è stato. Mi sono calato nella sua tana puzzolente e sono diventato Giulio sino alle profondità delle mie/sue viscere: carcassa vuota che per sentirsi viva compie il delitto supremo, la violazione dell'innocenza. Poi, quando la storia volge al termine e m'aspetta il Nulla, ecco l'orrore finale, l'estrema degenerazione… in mezzo ad un campo di fiori azzurri, ultime ali bluastre che tremano nell'aria gelida del mondo del Male, profetici germogli che annunciano l'unica possibilità che la luce e la vita hanno per poter continuare a riscaldare la Terra: la distruzione e la scomparsa della specie umana.
      Mi sono servito di Giulio per far affiorare il "sottosuolo" che si annida nel sangue del maiale bianco alle soglie del terzo millennio. Aggirandomi per i viottoli fangosi e disperati di Bombay, Cubatao e Città del Messico, il putridume che serpeggiava nel sottosuolo del mio cuore è venuto a galla, è esploso insozzando gli occhi puri di Sita, Maria e Anna Carolina.
      Non credo che ci sia alcuna speranza per la nostra specie; ma se c'è, uno solo è il sentiero da percorrere: mettere a nudo il nostro "sottosuolo" al cospetto di tutti; e mentre il fiume della nostra vita, liquame senza pace in cerca di paludi, dopo tanto serpeggiare raggiunge la sua meta, proprio come Giulio-Svidrigailov alzeremo gli occhi sanguigni al cielo e il nostro sguardo spietato parlerà: "Io sono putrido, eccomi, lo so… io, briciola di questo universo, sono stato creato per il Male. Ed ora mi dissolverò nel Nulla. Ma sappi che t'ho riconosciuto. Tu che hai generato la luce e la vita, lo hai fatto con un unico scopo: godere della visione delle tue creature, mentre il loro profumo di latte e di brezza mattutina viene inghiottito dal fetido alito della terra ghiacciata del Male assoluto".

A.P.

 
 
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