Ipazia: emblema dell’immagine della donna nella storia
Intervista ad Adriano Petta di Costanza Ognibeni pubblicata su Cinem’Art Magazine il 28/3/2012

Roma, Palazzo Mattei, ore 20.15. Un poco interessante incontro intorno ad Agorà, il film che racconta la tragedia della grande scienziata del IV secolo, è appena terminato. luce crepuscolare illuminerà ancora per poco la tiepida serata primaverile che, nella sua accogliente atmosfera, risveglia il ricordo della bella stagione e la speranza del suo ritorno. L’appuntamento è proprio lì, davanti all’Istituto Treccani, all’uscita della sala conferenze. Puntuale, l’autore si presenta con un sorriso ormai familiare a molti e mi suggerisce subito un bar dietro Piazza Argentina dove poter intraprendere la nostra interessante conversazione. L’atteggiamento rilassato e sereno non lascia minimante trasparire lo stress cui può esser sottoposto uno scrittore che abbia pubblicato un libro su una figura in questo momento così significativa: Adriano Petta è l’autore, insieme ad Antonio Colavito, di Ipazia, vita e sogni di una scienziata del IV secolo, un romanzo storico del 2004 recentemente ristampato da La Lepre edizioni che sta riscuotendo un crescente successo.
Allo scrittore non piace, a quanto pare, veicolare l’immagine del ricercatore famoso, con l’agenda piena di impegni e perennemente sotto la luce dei riflettori. I suoi modi gioviali lo mettono in una posizione decisamente antitetica rispetto agli atteggiamenti tipici dei suoi colleghi, i grandi luminari dell’età contemporanea. Solo alla fine dell’incontro avrò modo di rendermi conto che l’atteggiamento umano e diretto di questo simpatico scrittore è il modo con cui penetra veramente il cuore e stimola l’interesse di chi lo ascolta: Adriano Petta parla di Ipazia e della sua storia con una luce negli occhi che lascia trasparire un entusiasmo al quale è impossibile rimanere indifferenti. Intraprendere una conversazione di natura storica con lui significa immergersi in un lungo viaggio nel tempo di più di duemila anni.
L’autore parla di eventi e accadimenti di quell’epoca con la stessa empatia con cui racconterebbe un fatto personale capitatogli due giorni prima.

Inevitabile chiederti un parere a proposito del film.
Trovo che sia fatto molto bene. Amenàbar ha saputo creare una pellicola spettacolare ed emozionante. Il cast è eccezionale e la scelta degli attori non poteva essere più indovinata; Rachel Weisz è perfetta per il ruolo: alta e dallo sguardo severo ha una luce negli occhi che trasmette appieno la passione della scienziata. Commovente la figura del giovane schiavo, anche se inventata, emblematica quella di Oreste, suo discepolo e poi prefetto di Alessandria.
Creare una sorta di triangolo amoroso tra questi personaggi è stata una scelta azzardata ma intelligente: un piccolo escamotage per mettere gli spettatori di fronte a un’importante realtà storica, troppo taciuta nel corso dei secoli, senza presentarsi sotto le sembianze di documentario storico, cercando di alleggerirne il più possibile i contenuti. È un film importante, che contribuirà sicuramente a infrangere certi stereotipi, certe visioni della realtà cui sin da piccoli ci hanno abituati.

È la prima volta che un regista osa rappresentare un avvenimento taciuto per rivelare verità che infrangono certi stereotipi?
Assolutamente no. Anche gli autori di Soldato blu o Piccolo Grande Uomo osarono raccontare la verità sulla colonizzazione del Nord America, facendoci uscire dalla favola dei cow boy bianchi buoni e dei Pellerossa cattivi.

Tolto l’abito dello spettatore e indossato quello dello storico scrittore, che giudizio dà nel complesso al film?
Devo essere meno passionale. Il film è pieno di contraddizioni rispetto a quella che fu la realtà dei fatti. Eccessivamente concentrato sui contrasti civili, che sicuramente c’erano, fa passare in secondo piano la figura di Ipazia e il fondamentale ruolo che ebbe all’interno della scuola alessandrina. La vita all’interno della biblioteca è solo menzionata, quando invece fu un luogo di importanza e levatura storica fondamentale. L’incendio della biblioteca fu frutto di un piano premeditato, non il casuale risultato di una serie di disordini che si stavano verificando: il vescovo Ambrogio di Milano, quando fu emanato l’editto che riconosceva solo la religione cristiana come unica professabile, ordinò che fossero distrutti tutti i luoghi di culto, ma, prima ancora, le biblioteche, innanzitutto quella di Alessandria, che conservava la più vasta raccolta di volumi del mondo ed era aperta al popolo, non solo agli studiosi.

Ipazia è stata uccisa dai parabolani, e questo la storia ce lo insegna. Tuttavia, occorre fare molta attenzione a un dettaglio che il regista ha omesso, che è il modo in cui è stata uccisa. Me lo confermi?
Certamente. Fu il vescovo Cirillo, dopo averla diffamata pubblicamente e tacciata di stregoneria perché si dedicava alla musica, ai numeri e all’astronomia, a ordinare al suo fedelissimo esercito di parabolani, un’associazione di monaci analfabeti paragonabile alle squadracce fasciste, di ucciderla. Essi la trascinarono nella cattedrale cristiana del Cesareo, le cavarono gli occhi che gettarono sull’altare, la denudarono e la fecero letteralmente a pezzi con dei gusci di conchiglia. Successivamente, chiusero i resti in dei sacchi che trascinarono fino al Cinerone dove li incendiarono urlando «Immondizia!», epiteto attribuito alla donna da Agostino da Ippona. Se il problema fosse stato solo il «disturbo» che arrecava studiando e indottrinando il popolo, non sarebbe bastato semplicemente ucciderla? È chiaro che il problema non era solo quello. Sicuramente il momento storico non era favorevole alla divulgazione della cultura. Non dimentichiamo che la scienziata studiava all’interno della seconda biblioteca alessandrina. La prima fu la cosiddetta Biblioteca Madre, costruita lungo il porto di Alessandria, che Giulio Cesare incendiò «involontariamente». Per 700 anni gli studiosi avevano potuto dedicarsi alla ricerca del sapere senza essere disturbati, ma, anzi, godendo dei privilegi che i re Tolomei prima e gli imperatori romani poi, concedevano loro. Nella Biblioteca di Alessandria era conservato tutto lo scibile umano tradotto in lingua greca. Non c’era conflitto tra scienza e religione. L’armonia che le due discipline avevano raggiunto risiedeva nella Biblioteca stessa, simbolicamente rappresentata dalla statua del dio Serapide posta di fronte a una colonna sulla quale era collocato un mesolabio… uno strumento matematico! Inoltre, era la prima biblioteca aperta al popolo. Tuttavia, alla fine del 300 si inasprirono le lotte di religione: il paganesimo venne messo fuorilegge e furono distrutti tutti i luoghi di culto non cristiani, compreso il tempio del dio Serapide, sotto al quale era ubicata la biblioteca, che venne anch’essa incendiata assieme alle settecentomila opere contenute, arrecando un irreparabile danno all’umanità. Tuttavia, Ipazia non si dette per vinta e proseguì i suoi studi e la sua opera di insegnamento. E quando il vescovo Cirillo le intimò di convertirsi al cristianesimo, ricevette un netto rifiuto: convertirsi a una religione sarebbe stato un imperdonabile tradimento nei confronti della sua ricerca di verità, oltre che verso quanti avevano creduto in lei fino a quel momento. Ipazia, pur essendo una donna bellissima, dedicò la sua vita solo allo studio e alla divulgazione del sapere in mezzo alla gente. Tuttavia, non poté evitare che alcuni suoi discepoli s’innamorassero di lei. Era, soprattutto, una donna che non chinò mai il capo davanti ai dogmi dei potenti uomini di chiesa e che non rinunciò al suo canone di verità, a quello che per lei era il bene supremo per un essere umano: la ricerca del sapere! Se fosse stata uomo, sarebbe stata semplicemente uccisa. Ma Ipazia era una donna e portava sulle spalle il peso di un platonismo che reputava le donne esseri inferiori per natura, e di una chiesa cattolica che impresse sulla loro pelle l’indelebile marchio di causa del peccato originale. Doveva essere, pertanto, fatta a pezzi, e all’interno di una cattedrale cristiana affinché la sua morte fosse una vera e propria rappresentazione, volta a simboleggiare qualcos’altro.

Ipazia non doveva morire, doveva sparire. Come mai, secondo te, la storia è contrassegnata da questa misoginia?
Questa è una gran bella domanda alla quale sto cercando di rispondere da tempo e sulla quale c’è un’enorme ricerca da fare. Non te lo saprei dire con precisione. Quello che so è che la donna, rispetto all’uomo, a parer mio, è rappresentazione di “vita”. Grandi studiose contemporanee, Marija Gimbutas e Anne Baring, si sono occupate di un’interessante ricerca sulle società preistoriche: sembrerebbe che dai 40.000 ai 4.000 anni prima di Cristo le civiltà fossero state di natura matriarcale. La donna non aveva un ruolo secondario rispetto all’uomo: era diversa, ma paritaria. Non c’era sottomissione, non c’era dominio. Entrambi contribuivano allo stesso modo all’interno della comunità. Perfino le dee erano donne. Ciò che stupisce è un curioso nesso: da tutti i reperti archeologici non risultano atti di violenza all’interno di queste civiltà. Erano popoli che vivevano in pace. Molto tempo dopo, nel 4.000 a.C., gli egiziani crearono i primi eserciti di aggressione e diedero inizio ai primi conflitti.
Contemporaneamente, emerse la necessità di mettere da parte la donna portatrice di vita, l’unica creatura che poteva impedire la scellerata predisposizione del maschio a riversare la sua aggressività nella guerra. E così, seppur con lievi differenze, tutti i popoli presero a distruggere l’immagine della donna, relegandola in un ruolo di secondo piano. Oggi come allora, è lei il vero obiettivo comune di quanti combattono guerre di religione, politiche o di conquista: fino a quando il ruolo della donna nelle antiche comunità fu rilevante, non ci furono guerre, fu un mondo di pace.
Adriano Petta, nonostante l’esaustività e l’accuratezza delle sue risposte, lascia, al termine di questa piacevole conversazione, un grande punto interrogativo, una ricerca che rimane tutt’oggi aperta. Porsi domande e trovare risposte che ne generino altre: questo il filone che storici come lui cercano sempre di inseguire, esattamente come faceva ai suoi tempi la giovane Ipazia. Ciò che è successo alla scienziata è di importanza epocale: da allora abbiamo avuto 1200 anni di completa immobilità del pensiero e del progresso scientifico. Una storia oscurata per troppo tempo, ma che lascerà sicuramente spazio a molte altre occasioni di dibattito.

 
 
 
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