Santi con le mani che grondano sangue
di Massimo De Feo - ALIAS, supplemento de Il Manifesto - 10/04/2004

Incontro con Adriano Petta, coautore (assieme ad Antonino Colavito) del romanzo storico "Ipazia, scienziata alessandrina": come la Chiesa cattolica assassinò una delle menti migliori dell'antichità

Dopo il successo di Eresia pura sul genocidio dei Catari, e Roghi fatui, che attraversa i secoli successivi fino al rogo di Giordano Bruno, è fresco di stampa il terzo romanzo storico di Adriano Petta, Ipazia, scienziata alessandrina (Lampi di Stampa editore, I libri di Alice.it n.2, pag. 288, 15 euro) scritto a quattro mani con Antonino Colavito. Adriano Petta è nato a Carpinone (Isernia) nel 1945. Studioso di storia della scienza e medievalista ha collaborato con numerose riviste letterarie, dedicando parte degli ultimi 20 anni alle ricerche per i suoi romanzi storici.

Perché, contrariamente agli altri due romanzi storici, questo libro lo hai scritto a quattro mani?
Ipazia fu una donna grandissima… astronoma, matematica, filosofa: ho avuto paura di non riuscire a onorare la prima martire della Ragione. Io sono romanziere, nella scrittura getto tutta la mia passione, la tenacia di topo di biblioteca… ma Ipazia meritava anche la penna d'un filosofo che raccontasse i suoi cieli alti. E io ce l'avevo a portata di mano: Antonino Colavito, amico da una vita, acuto studioso di filosofia e di scienza. Io ho impersonato Shalim, uno degli allievi d'Ipazia, che racconta la storia della sua maestra sino al drammatico epilogo. Ogni due-tre capitoli miei, s'incunea un sogno di Antonino in cui è Ipazia che racconta i suoi pensieri più intimi, che ci parla attraverso i secoli, che raggiunge le nostre vite con un impeto giovanile, un sorriso, un incutere fiducia nelle qualità dell'uomo, come se fosse viva in mezzo a noi, donna dei nostri giorni.

Che accadde quel lunedì 8 marzo dell'anno 415?
Ipazia aveva 45 anni. Stava dedicando tutta se stessa allo studio e alla diffusione della conoscenza non solo tra gli studiosi, ma in mezzo al popolo: sapeva che la Conoscenza era strumento d'emancipazione, di libertà. Questo fu il motivo principale che portò l'alto prelato di Alessandria d'Egitto a ordire un crimine così efferato nei riguardi di una delle più grandi creature che il genere umano abbia mai avuto. 500 monaci parabolani - le guardie del corpo del vescovo e patriarca Cirillo, che pochi mesi prima avevano massacrato e cacciato da Alessandria l'intera comunità ebraica - l'afferrarono mentre tornava a casa, la trascinarono nel Cesareo, la cattedrale cristiana, la denudarono, il loro capo Pietro il Lettore con dita armate di unghie affilatissime le cavò gli occhi e li gettò sull'altare, la lasciò in pasto alla turba scatenata che - con degli affilatissimi gusci di conchiglia - la fecero a pezzi, corsero per la città inneggiando alla vittoria, trascinando un sacco grondante di resti sanguinolenti. Alessandria era finalmente libera da colei che guariva con la magia della musica e che studiava astrologia. Si recarono al Cinerone, dove si bruciava la spazzatura, e lì gettarono i resti mortali d'Ipazia, esultando con le parole di Agostino che diceva che la donna è solo "immondizia".

Sant'Agostino? San Cirillo?
Sì, proprio loro: Agostino, Cirillo, Ambrogio, Giovanni… l'esercito di vescovi cristiani che sottomisero l'impero romano agonizzante. Ambrogio riuscì a far strisciare ai suoi piedi - nella cattedrale di Milano - l'imperatore Teodosio: era il natale del 390 d.C., data che avrebbe segnato il destino dell'umanità intera. La Chiesa non aveva più ostacoli davanti a sé… tranne quell'inguaribile sognatrice-scienziata pagana di Alessandria che dopo una giornata di studio, indossava il mantello nero dei filosofi e andava in giro per la città in mezzo alla gente, a insegnare Platone, Aristotele, astronomia, l'uso della ragione, consigliando di non portare in chiesa oro o donazioni per curare un figlio malato, ma di andare da un medico. Il massacro d'Ipazia servì anche da esempio: nessun allievo, infatti, ebbe il coraggio di lasciare una testimonianza. Chi tentò di farlo, scomparve assieme ai suoi scritti. Alcuni si rifugiarono in India. Il vescovo e patriarca Cirillo governò da padrone assoluto Alessandria per i successivi trent'anni. I libri d'Ipazia e di tutta la Scuola alessandrina furono bruciati, la sua memoria cancellata. Il martirio che subì Ipazia segnò la fine della più importante comunità scientifica dell'umanità. Ma Cirillo non pensò a distruggere le lettere di Sinesio di Cirene, l'allievo più caro d'Ipazia, diventato vescovo di Tolemaide: a lui dobbiamo molte delle notizie della vita e delle opere della scienziata alessandrina. Vita raccontata, inoltre, dagli storici Socrate Scolastico, Damascio, Filostorgio e Sozomeno. San Cirillo d'Alessandria, Sant'Agostino da Ippona, Sant'Ambrogio da Milano e San Giovanni Crisostomo… santi e padri della Chiesa. Che poteva fare Ipazia contro questi quattro colossi? Solo gettare dei semi, i semi della Conoscenza. Scrivere e nascondere dei libri sotto al Faro d'Alessandria con la speranza di tramandare ai posteri il suo Sapere…

Libri nascosti, "chiavi del sapere"… un tema che torna spesso nei tuoi romanzi…
Nel corso della storia umana l'organizzazione che più di qualunque altra ha lottato per occultare il Sapere è stata la Chiesa cattolica. E quindi, in contrapposizione, uomini di scienza si sono battuti non solo per scoprire i segreti di madre natura, ma affinché non venissero distrutti, per consegnarli alle generazioni future. Attualmente una spedizione archeologica francese sta setacciando il fondo del mare là dove una volta si ergeva il Faro di Alessandria: non mi stupirei se riuscissero a trovare in qualche anfora dei testi d'Ipazia e di Moco.

Moco?
Lo scienziato fenicio vissuto oltre mille anni prima d'Ipazia, il predecessore di Democrito e Leucippo, l'antesignano degli atomisti greci i quali avevano intuito tutto sulla composizione della materia. Con la differenza che Moco aveva prospettato che l'atomo era anche divisibile! Quello che accadde in 7 secoli ad Alessandria d'Egitto poteva segnare il destino dell'umanità. Accadde una rivoluzione tecnologica, scientifica e filosofica. 1200 anni dopo la morte d'Ipazia, Galileo e Newton stentavano a comprendere i concetti degli scienziati della scuola alessandrina, utilizzando - tra l'altro - i tredici volumi di commento all'Aritmetica di Diofanto e gli otto volumi sulle coniche di Apollonio elaborati da Ipazia. Leonardo da Vinci non fece altro che tentare di elaborare disegni di quegli scienziati: Ctesibio, vissuto nella scuola alessandrina nel III sec. a.C., che progettò una pompa idraulica, una serie di marchingegni a vapore con cui si poteva regolare l'apertura e la chiusura delle porte, un organo idraulico, un teatro automatico con marionette danzanti. Per non parlare di Archimede! E di Erone di Alessandria che elaborò cremagliere, viti, catene di trasmissione, eliche, ingranaggi moltiplicatori, stantuffi, valvole già in uso secoli prima. E ancora di Maria l'Ebrea, la più importante alchimista dell'antichità, la madre della chimica moderna: inventò sofisticate apparecchiature sperimentali per la distillazione e la sublimazione, tecniche di laboratorio che vengono utilizzate ancora oggi, come il famoso "bagnomaria" appunto! Per riassumere, una Rivoluzione dimenticata, come racconta mirabilmente Lucio Russo nel suo splendido saggio pubblicato da Feltrinelli. Bastava lasciare in vita Ipazia, la sua scuola e non bruciare la Biblioteca con i suoi 700 mila volumi, per godere, con molti secoli d'anticipo, di tutto quel sapere e di quel progresso medico, scientifico e filosofico. Il minimo che possiamo fare oggi è divulgare quello che accadde 1600 anni fa! Anche per restituire a creature come Ipazia un po' di giustizia.

Che ruolo giocò l'impero romano?
Con la speranza di arrestare la dissoluzione dell'impero e l'avanzata dei barbari, Teodosio I e i suoi figli firmarono uno scellerato patto di sangue con la Chiesa cattolica. Ambrogio fece promulgare all'imperatore un editto dietro l'altro facendo cancellare ogni forma di studio, di libero pensiero, di religione che non fosse quella cristiana. Bruciarono tutti i templi pagani, i sacerdoti, le biblioteche, cancellarono le Olimpiadi, i misteri eleusini. Lasciarono completa libertà a Cirillo affinché divenisse il padrone assoluto di Alessandria. Il vescovo-patriarca Cirillo aveva studiato per cinque anni nel monastero della Nitria, lì era stato ordinato Lettore, lì aveva stretto vincoli d'amicizia con i monaci parabolani - di cui si servì per sterminare ebrei, nestoriani, novaziani e pagani - e con Pietro il Lettore, a cui ordinò di trucidare Ipazia, l'ultima voce libera dell'antichità.

Non è a caso che a Ipazia fu riservata una morte così atroce...
Erodoto disse che "un uomo si giudica dalla sua morte". Lei era l'erede della scienza antica, l'ultima rappresentante della scuola che aveva cambiato la concezione del mondo. Aveva rifiutato di convertirsi al cristianesimo dicendo "Se mi faccio comprare, non sono più libera. E non potrò più studiare. È così che funziona una mente libera: anch'essa ha le sue regole". Se fosse stata uomo, l'avrebbero solamente uccisa. Essendo donna, dovevano farla a pezzi, nella cattedrale cristiana, per rendere quel massacro simbolico d'un sacrificio. Per escludere, nel cammino dei secoli a venire, metà del genere umano. Questo delitto segnò la fine del paganesimo, il tramonto della scienza e della dignità stessa della donna. Ancora oggi nel mondo della scienza solo un 5% dei vertici è donna, mentre è donna oltre il 60% della manovalanza. Nel 1999 l'Unesco ha creato un organismo per aiutare la donna a entrare nel mondo della scienza e a questo progetto ha dato il nome "IPAZIA".

 
 
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