Ipazia martire della scienza
di Franco Capone - Focus - 06.2010


Bella colta, filosofa e astronoma, con la sua scuola di Alessandria d'Egitto fu l'ultimo baluardo contro l'oscurantismo di una Chiesa da poco arrivata al potere. Un film la ricorda, ma i fatti furono anche più crudi di quelli narrati.

Era l'erede della scuola alessandrina, quella di Alessandria d'Egitto, la più grande dell'antichità, dove avevano studiato Archimede, Eratostene, Euclide. Lei, filosofa neoplatonica, musicologa, matematica, astronoma, aveva inventato strumenti come l'astrolabio e l'idrometro. Una donna geniale, insomma, che però dava fastidio a un vescovo: venne alla fine sacrificata (letteralmente) sull'altare del cristianesimo divenuto religione di Stato. Figlia del matematico Teone, rettore della Biblioteca di Alessandria e dell'annesso centro studi, fu trucidata nel 415 da monaci fanatici. Stiamo parlando di lpazia, caso scomodo e a lungo dimenticato di martire della scienza e della ragione, proposto ora, dopo sospetti rinvii, nelle sale cinematografiche di tutt'Italia con il film Agora. Costato 50 milioni di dollari e finanziato per meta dal governo spagnolo, il film ricostruisce il clima turbolento, fra il IV e il V secolo d.C., di Alessandria, l'allora capitale mondiale della cultura, e propone una scioccante denuncia del fanatismo religioso. Dove i "talebani" sono i monaci cristiani. Agora è una sorta di Soldato blu, il film che negli anni Settanta per la prima volta denunciò le violenze gratuite dei bianchi sugli indiani, demolendo il mito romantico della conquista del West. Il regista del film, il cileno Alejandro Amenábar, ha voluto denunciare le atrocità che avrebbero accompagnato l'affermazione del cristianesimo come religione unica dell'Impero romano. Ma che cosa c'è di vero nel film e che cosa è invece inventato? Quali sono i riscontri storici sulla figura di Ipazia?

Finzioni a parte.
Secondo Adriano Petta, autore col filosofo Antonino Colavito del romanzo storico Ipazia, vita e sogni di una scienziata del IV secolo (ed. La Lepre), i fatti reali furono peggiori della finzione cinematografica. "Il film colloca la Biblioteca di Alessandria e il Serapeo, il tempio al dio greco-egizio Serapide, all'interno di una cittadella fortificata dai pagani: in realtà la Biblioteca, che sorgeva proprio sotto il Serapeo, era aperta a tutti e il centro studi veniva finanziato dai Romani" spiega Petta. "I ricercatori e i filosofi godevano di tutte le deroghe possibili per esercitare il loro mestiere in libertà. Le due fazioni presentate nel film, i pagani del tempio e della Biblioteca e i cristiani del vescovo Cirillo, possono indurre a pensare che vi fosse una par condicio, di opposti estremismi. In realtà in quel periodo, dopo essere stati a lungo i persecutori dei cristiani, erano i pagani a essere perseguitati. La vicenda delle armi tenute nella cittadella e distribuite per vendicarsi dei cristiani che avevano lanciato frutta marcia sulle statue degli dèi non è esatta: venne profanata la statua del dio Serapide con delle feci. La vendetta ci fu, ma come fatto isolato, estraneo alla Biblioteca: nessuno poteva tenere armi sotto l'amministrazione dei Romani".

Fatta a pezzi.
Il capo del monaci "parabolani", Ammonio, tirò realmente una pietra al prefetto romano Oreste facendolo sanguinare. E davvero venne giustiziato dalle autorità per poi essere commemorato con tutti gli onori dal vescovo Cirillo. Il prefetto Oreste, cristiano battezzato a Costantinopoli, ammirava Ipazia non perché era stato un suo allievo innamorato (come si mostra nel film), ma per rispetto della persona, della cultura e del libero pensiero. Ipazia non fu lapidata, né uno schiavo fedele, passato ai cristiani, la soffocò pochi istanti prima perché non soffrisse, facendo credere agli aguzzini che fosse svenuta. "In realtà la banda di monaci la prelevò mentre rientrava a casa" racconta Petta. "Portata in una chiesa, le cavarono gli occhi. La posero sull'altare e con dei cocci (visto il divieto di tenere armi) la fecero a pezzi. La realtà fu molto più cruda che nel film". Ma quali documenti storici parlano di Ipazia? "La vicenda non lascia dubbi, nemmeno sul ruolo del vescovo Cirillo, fatto poi santo e considerato uno dei padri della Chiesa" spiega lo storico Luciano Canfora. "A inchiodare Cirillo alle sue responsabilità c'è per esempio la testimonianza del cronista cristiano Socrate Scolastico, contemporaneo ai fatti. Un'altra fonte di allora è Eunapio di Sardi, biografo degli ultimi neoplatonici, che così descrive la squadraccia di monaci fanatici che massacrarono Ipazia "Monaci li hanno chiamati, ma non erano neppure uomini se non in apparenza, poiché conducevano vita da porci e apertamente compivano e assecondavano crimini innumerevoli e innominabili". La vicenda di Ipazia si svolge in pieno clima di repressione, all'interno dell'impero romano, di tutte le religioni non cristiane. Anche le biblioteche, considerate custodi di saperi contrari alle verità rivelate da Dio, erano attaccate. "Decisivo fu il Natale del 390" spiega Petta "quando l'imperatore Teodosio, scomunicato dal vescovo di Milano Ambrogio per avere fatto uccidere 7 mila cristiani in uno stadio di Salonicco, "andò a Canossa". Strisciò davanti al vescovo, si pentì, riconobbe il primato della Chiesa sull'Impero. Ma, soprattutto, s'impegnò a firmare una serie di editti per rendere il cristianesimo la religione unica dell'Impero, mettendo al bando tutte le altre. Ambrogio volle che venissero distrutte tutte le biblioteche esistenti e Teodosio obbedì.

Scuola di pensiero.
Ad Alessandria c'era la più grande biblioteca dell'antichità, con la scuola scientifica e filosofica più illustre, in funzione da 700 anni, dove a quel tempo Ipazia insegnava. Nel 391 uscì un editto speciale di Teodosio per l'Egitto, considerato "culla di tutti gli dèi". E a luglio il Serapeo e la Biblioteca vennero bruciati da monaci agli ordini del vescovo Teofilo. Ipazia e gli allievi della scuola misero in salvo diversi manoscritti, nascondendoli forse nei sotterranei del Faro di Alessandria (caduto poi per i terremoti). La filosofa guidò la resistenza degli intellettuali alessandrini facendo sopravvivere la scuola nella sua casa. Socrate Scolastico, autore di Historia ecclesiastica, racconta che Ipazia "era giunta a un tale culmine di sapienza da superare di gran lunga tutti i filosofi della sua cerchia, per esporre a un libero uditorio tutte le discipline. Da ogni parte accorrevano a lei quando volevano filosofare". E riferisce che "si rivolgeva faccia a faccia ai potenti (...) e per la sua straordinaria saggezza tutti costoro le erano deferenti". In Suida, antologia storica bizantina, che per quanto riguarda Ipazia si fondava sulle testimonianze di Esichio di Mileto, sacerdote del tempio di Serapide, e del neoplatonico Damascio, che visse appena dopo la studiosa, "Ipazia era fluente e dialettica nel parlare. I capi politici venuti ad ammirare la città si recavano prima da lei ad ascoltarla". Infine, ci sono le lettere di un suo allievo, Sinesio, divenuto poi vescovo di Cirene per ragioni politiche. "Sinesio si rifiutò di credere nella resurrezione" dice Petta. "Nel film è invece presentato come un integralista" .

Lotte di potere.
Secondo Silvia Ronkey, bizantinista dell'Università di Siena. si scatenò un conflitto politico: "Ovunque i vescovi volevano soppiantare i filosofi come referenti delle autorità romane, e ad Alessandria per il vescovo Cirillo la figura di lpazia era troppo ingombrante". Preoccupato per l'ascesa di Cirillo, il prefetto romano di Alessandria, Oreste, anche lui cristiano, chiese al reggente dell'impero romano d'Oriente, Antemio, di fornire finanziamenti e immunità a Ipazia e alla sua scuola. "Per il fatto che lpazia s'incontrava spesso con Oreste" scrive Socrate "tra i cristiani sorse il sospetto che fosse proprio lei a impedire che Oreste si riconciliasse con il vescovo". Sempre Socrate Scolastico dice che, prima del massacro, Cirillo e i monaci cacciarono gli ebrei dalla città. "Alcuni monaci dei monti della Nitria decisero nel loro fanatismo di combattere nel nome di Cirillo, che li arruolò fra i parobolani".

Il Mandante.
I monaci parabolani formalmente erano un corpo di barellieri e infermieri, ma in realtà costituivano la guardia privata di Cirillo. Damascio, una fonte del Suida, attribuisce proprio a Cirillo la responsabilità dell'omicidio di Ipazia. Dopo avere visto quanto la sua casa fosse affollata di persone che amavano la cultura, "Cirillo si sentì morire nell'anima: fu per tale motivo che organizzò l'assassinio di lei, il più empio di tutti gli assassinii". I monaci parabolani, comandati da Pietro il Lettore, "fecero un piano segreto". Damascio aggiunge: "Una moltitudine di uomini imbestialiti piombò addosso a Ipazia un giorno che tornava a casa. E venne trascinata nella chiesa che prende il nome dal Cesare imperatore. Questi veri sciagurati massacrarono la filosofa e mentre ancora respirava le cavarono gli occhi. La spogliarono delle vesti e la massacrarono usando cocci aguzzi. La fecero a brandelli". Socrate dice che "i pezzi del suo corpo brutalizzato vennero sparsi per tutta la città e bruciati, e ciò ella patì per la sua straordinaria sapienza, specie astronomica". Anche Filostorgio, autore di una storia ecclesiastica di poco successiva ai fatti, cita il massacro di lpazia. C'è poi la narrazione copta di Giovanni di Nikiu, dalla parte di Cirillo, che considera la vicenda come un'esecuzione legittima perché la vittima "era colpevole di ipnotizzare i suoi studenti con la magia e di esercitare la satanica scienza degli astri". E conclude: "la popolazione circondò il patriarca Cirillo e lo chiamò nuovo Teofilo, perché aveva liberato la città dai nuovi idoli"

 
 
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