LA PROFEZIA DEI FIORI

romanzo storico-sociale con Postfazione di Roberto Roversi (Angolazioni, Collana Universi Paralleli, Orzinuovi, 2014)
(ISBN-978-88-98993-01-7)



Un inferno e un altro inferno: gli slums di Mumbai e le discariche della spazzatura di Città del Messico; e poi l'orrore del mondo occidentale, che si spinge in una violenza diabolica contro il nostro pianeta, contro gli occhi disperati e innocenti di Sita, Anna Carolina e Maria, le povere bambine che il protagonista incontra nella sua personale discesa agli inferi. Questo libro è la spietata resa dei conti di una generazione, un'Odissea del Male che ci coinvolge tutti e ci costringe a riflettere sulle ultime, reali possibilità di una salvezza. Prima del naufragio definitivo.

Adriano Petta (1945) è studioso di Storia della Scienza e Storia Medioevale. La sua trilogia (Ipazia, vita e sogni di una scienziata del IV secolo, a cui si è liberamente ispirato Amenábar per il film Agora, Eresia pura, Roghi fatui e Assiotea, la donna che sfidò Platone e l'Accademia sono dedicati a figure storiche che si sono battute per la libertà di pensiero e approfondiscono la tematica del conflitto tra ragione e religione.




Postfazione di Roberto Roversi
I confini del mondo

Un inferno contrapposto ad altro inferno, Mumbay e Città del Messico, luoghi della terra dove l'uomo sembra già scomparso o assorbito, direi spappolato, in un magma non più decifrabile, melmoso, senza luce. E poi il terzo inferno diretto, l'inferno di questo mondo occidentale, in cui c'è dentro anche l'Italia, che si sostiene in piedi con il puntello dei più feroci luoghi comuni, delle più devastanti ovvietà - che sono senza possibile consolazione, che non giustificano più nulla e si sperdono nel mare quotidiano di una violenza diabolica. I tre centri infernali finiscono per assemblarsi in un unico fuoco impietoso…
Questo libro non concede al lettore di tirare il fiato neanche un momento; inviluppa; e sfugge via scrollandosi con rabbia da ogni possibile definizione. È un romanzo? È un racconto di perfide cose? O è un resoconto dell'abisso? Infine: può essere un diario vero, trascritto senza date, in una successione ossessionante di eventi? O anche, aggiungo adesso, una resa di conti di una generazione, attraverso la definizione dei singoli episodi, che sembrano disposti come croci di legno impeciato che bruciano di notte in un campo?
Propendo con convinzione per la resa dei conti - che non potrebbe essere più spietata, e più diretta. Neanche per gli oppressi. Neanche per gli schiavi di sempre, che sembrano larve in attesa di consunzione e congedo.
Dunque, le pagine che seguono raccolgono i dati precisi, in successione, dall'inferno del mondo. Non sull'inferno, ma dall'inferno. L'autore (la mano che scrive) non si sottrae a nulla e non trova giustificazione per eludere alcuna verità del reale. Non indaga, né tantomeno giudica; insegue soltanto, dice soltanto, ripete soltanto; si limita soltanto a condividere (che è molto di più di partecipare). È una delle formiche umane che si stanno suicidando; forse con il misero privilegio di riuscire qualche volta, e per qualche momento brevissimo, ad alzare la testa appena da terra, per cercare di vedere un poco più lontano.
Ma tutto incombe, in queste pagine; tutto è incombente. Anche la scrittura. Anche la natura vista soprattutto come cielo e come terra contrapposti. Un cielo pochissime volte quieto e azzurrato (e allora le parole si ripuliscono, illimpidiscono come singole lacrime di un bambino), invece violento nero nemico, rovesciante acqua pesante sulla terra che diventa fango, immonda mistura di melma che trattiene i piedi, la vita.
E la scrittura, dicevo; densa, incombente; avida e ossessiva; che sembra procedere come un coltello che produce lacerazioni sbavose sulla carta. Un'aggettivazione duplice, triplice, a perseguire la parola e a comprimerla, perché resti fissata come un marchio; per non lasciarla avanzare; schiacciandola sulla pagina come una mosca. E intorno, il fetore. Un fetore costante, devastante, che insegue tutto e tutti, spiazzando ogni possibilità di diversa speranza.
Tanto che, a conclusione, il lettore si chiede: come si può sperare di continuare a vivere oggi? Non devo ormai rinunciare al mio destino? E ancora: forse non siamo già morti e non ci stiamo inseguendo come ombre, rimasugli di diavoli decapitati?
L'inesorabilità documentaria di questo diario delle cose del mondo è sconvolgente; e come ho detto non lascia libero nessuno. Tutti siamo coinvolti, davvero come protagonisti, in questa odissea del male che è avanzato fino a rendere il declino pauroso del mondo quasi irrecuperabile.
Sono momenti di crudezza epica le pagine che testimoniano della violenza sulle due bambine, in India e nel Messico; a stabilire, collegandole, la costanza di situazioni ignobili in ogni parte del mondo. Ma poi tutto è legato, in questo abisso del male contemporaneo, come un filo di durissimo ferro avvinto alla corteccia di un albero di cento anni. Le parole entrano e si attorcigliano sulla pagina fino a farla sanguinare. Questa universale violenza ormai incontrollata, ma in realtà mercificata e quindi ormai mescolata alla più vergognosa, alla più universale delle ipocrisie, ancora una volta - così esemplificata - sembra dare conferma alla convinzione, enunciata anche dal vecchio saggio Usuma, che prima finisce la razza umana meglio è. Insomma, la sola purificazione da un diluvio totale, da un lavacro totale delle coscienze, che le liberi dallo scopo primario riservato agli uomini nei secoli, cioè dal dominio del potere infernale della prepotenza e dell'oro.
C'è un sogno, all'inizio di queste pagine, che introduce con alta violenza esemplare a questo. Proprio a questo. E da questo sentimento, da questa convinzione, si snoda il filo rosso di un testo che non si legge senza lasciarsi bruciare da un fuoco che distrugge, ma è anche liberatore, io sento. Infatti, il libro dentro al livido brivido della nostra storia di sempre (oggi, ieri) non è tetro. Tutto è, ma non tetro. Perché questo inesorabile (forsennato) interrogarsi e diluviare è vitale, dopotutto. E il lettore non muore.

 
 
 
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