alla parola scientifica è dato il peso dell'aria
Ipazia, vita e sogni di una scienziata del IV secolo

Davvero si vorrebbe credere che tutto il libro sia soltanto un brutto sogno, un incubo della ragione - ma non è un sogno, non è l'allucinata fantasia di un romanziere noir a dipanare la vita della "filosofa" Ipazia, non è un appassionato amante, costretto a rivivere i drammatici momenti della fine di un amore, a cantare la bella e sfortunata e vanamente amata Ipazia. Purtroppo, questa di Ipazia, scienziata alessandrina è una storia vera e, contrariamente a quel che si dice sempre in questi casi, "riferimenti a persone e fatti" sono per nulla casuali, anzi.
Così ricco di storia (le date, gli eventi, i nomi sono quelli che sappiamo dagli studi classici), questo libro è una storia che sa di incredibile ma è verisimile e veritiera anche quando sembra che la fantasia dell'autore prenda il sopravvento. E c'è una denuncia terribile, a conclusione, che lascia interdetti i profani e sgomenti gli stessi conoscitori che almeno credevano di sapere come fossero andate le cose, in quegli anni confusi in cui l'Impero di Roma si sfasciava meno sotto i colpi dei barbari e molto più nelle reti melliflue della sorgente e già potente Chiesa.
Nel magmatico fluire delle vicende di quell'epoca tormentata, quando i contrasti accademici tra scienza e fede si fecero aspra contesa politica e subdolo alibi per mascherare la conquista del potere, Adriano Petta immagina e racconta una serie di vicende parallele, una sequenza di fatti apparentemente marginali ma che per nulla lo sono, se non altro perché Alessandria d'Egitto allora era uno dei centri del mondo. Nel suo racconto, che ha spesso i toni passionali in cui si esprime l'io narrante, le fasi cruciali dell'esistenza di Ipazia sono le stesse fasi ormai calanti di una potenza che sta perdendo il controllo. Roma è lontana, Roma è vicina - verrebbe da sentenziare: ormai caduta la Roma dei cesari, sta per affermarsi quella dei papi. Alla scienziata alessandrina, che si ostina a definirsi "ellena", infischiandosene di qualsiasi coinvolgimento della religione, poiché si ostina a ritenere la ricerca del sapere l'unica vera fede che caratterizzi la libertà dell'uomo, a Ipazia importa poco del potere, purché le sia lasciata la facoltà di studiare e soprattutto l'autonomia di pensiero.
Forse l'autore di un libro simile nemmeno si preoccupa molto dello stile (magistrale comunque nello scorrere e carezzare i personaggi, facendone sbalzare umori e atteggiamenti; sincopato nelle scene più cupe, quando la concitazione delle vicende prende il ritmo vorticoso del dramma e infine della tragedia): quel che conta in un libro simile è l'aderenza della forma alla volontà espressiva - e Petta vuole gridare la sua rabbia per l'accecamento della ragione, per coloro che troncarono il volo della mente proprio quando stava per raggiungere la luce, l'illuminazione della conoscenza che avrebbe guidato l'uomo libero di decidere per sé. Non è una novità assoluta questa denuncia, ma qui è testimoniata con dovizia di particolari, cercati e proposti (pur nella necessaria rielaborazione, dovuta alla perdita di parecchi documenti fondamentali) con attenta cura e si direbbe onesta laicità, lontana da qualsiasi tentativo o tentazione di mercato: ci sono talmente tanti codici in queste pagine, ma nessuno trasformerà l'autore in milionario.
In realtà gli autori di Ipazia, scienziata alessandrina sono due: Antonino Colavito (come è scritto nella nota di copertina del libro) ha "narrato - o forse sognato - discorsi intorno alla filosofia e alla scienza". Anch'egli è affascinato dalla forza della ragione, tanto da trasformare l'esame della realtà in un viaggio nel possibile, tanto da sfiorare l'inosabile: alla parola scientifica è dato il peso dell'aria, alla fredda elucubrazione si dà il calore dell'anima, poiché appunto l'uomo è intero nella sua dignità di essere vivente, e la sua anima (sulla quale protendeva strisciante e feroce il suo dominio l'ambizione del potere ecclesiastico) è la capacità di scorgere nella propria piccolezza la misura dell'universo, ma insieme il desiderio di andare oltre questa piccolezza con la volontà del sapere e l'amore per il prossimo, che soltanto dal saperlo simile nella nostra stessa piccolezza lo trasforma in comunione.

Giuseppe Napolitano

 
 
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