“Mio unico sposo è la verità”. Vita e sogni di Ipazia di Alessandria
di Luca Pantarotto (www.atlantidezine.it) aprile 24th, 2010)

“…verso il cielo è rivolto ogni tuo atto, Ipazia sacra, bellezza delle parole, astro incontaminato della sapiente cultura”. Così, in un epigramma del poeta pagano Pallada, veniva celebrata la figlia di Teone, orrendamente trucidata nel marzo 415 da una turba di cristiani fanatici, braccio armato del patriarca di Alessandria (poi santo, per la Chiesa) Cirillo. Una delle innumerevoli vittime destinate, nei secoli, a cadere sotto il nome di Dio, e le usurpazioni dei suoi ministri; ma anche a diventare uno dei simboli delle atrocità commesse da una religione che, appena proclamata culto ufficiale dell’Impero, si apprestava a stabilizzarsi eliminando ogni opposizione. Furono gli anni più convulsi della storia del Cristianesimo, quelli in cui ebbe la ventura di nascere Ipazia: il passaggio tra IV e V secolo, con il fiorire di correnti di potere rivali, fratture e lotte fratricide, saccheggi, distruzioni; quando “opinione” significava “eresia”, “differenza” significava “tradimento” e “libertà di pensiero” equivaleva ad “attentato”. Anni convulsi che ora ritroviamo descritti senza sconti, vividamente e con rigore (evento raro, in imprese del genere) in Ipazia. Vita e sogni di una scienziata del IV secolo (La Lepre, 2009), di Adriano Petta e Antonino Colavito.

Un libro a due mani, o piuttosto due libri in uno. Storia che si fa racconto nella prima parte, racconto che si fa lirica nella seconda. Radunando quei pochi frustuli di informazioni che l’antichità ci ha risparmiato, Petta ricostruisce gli ultimi anni della vita di Ipazia (dal 391 d.C.), inserendoli in un racconto affidato alla voce narrante di Shalim, figlio del venditore di papiri Isidoro, che Ipazia, maestra alla Biblioteca di Alessandria, accetta come suo discepolo, e che la accompagnerà fino alla fine. E mentre Petta ci racconta la vita, Colavito, con prospettiva ora interna, ora esterna, si concentra sull’anima della scienziata e filosofa neoplatonica, esplorandone il mondo mentale, ripercorrendone le visioni, “sognandone” nuovamente i sogni, orchestrando un vero e proprio inno filosofico alla scienza che non si può leggere senza brividi, o senza commozione (e non esagero).

Sullo sfondo, le guerre di religione che funestarono il più grande (e perciò più temuto) centro culturale che il mondo abbia mai avuto: la Biblioteca di Alessandria, l’utopia plurisecolare che, nata per custodire tutti i libri del mondo, divenne un faro di sapienza e, soprattutto, di pensiero libero e razionalità critica. Per questo andava distrutta. E “là dove si bruciano i libri, si finisce per bruciare anche gli uomini”, secondo i celebri versi di Heine (che mai una volta la storia ha smentito). Così, anche le vicende della Biblioteca sembrano prefigurare quelle della sua direttrice: mentre si sta per sferrare l’attacco dei fanatici alle mura della Biblioteca, vediamo Ipazia correre insieme a Shalim per metterne in salvo nei sotterranei i preziosi rotoli, minacciati dal fuoco e dall’ignoranza.

Nonostante tutti gli studi e tutte le correnti di pensiero, noi oggi non possiamo affermare con certezza perché Ipazia divenne il bersaglio di Cirillo, mandante del suo assassinio. Se per ragioni “culturali” (una scienziata che diceva di non voler marito perché già sposa della verità); o filosofiche (una neoplatonica che riuniva intorno a sé greci, arabi ed ebrei, seguaci di una filosofia che così tanti pregi aveva in comune con il Cristianesimo, e così pochi difetti); o ancora politici, per via del potere che acquisiva all’interno della città e dei favori di cui godeva presso i potenti. Oppure solo per il fatto di essere una donna che non voleva stare in cucina, chissà.

Forse proprio per via di questa incertezza, le diverse spiegazioni si fusero, e ben presto Ipazia divenne un simbolo dell’oppressione che il potere, per paura e per difesa, esercita sul libero pensiero. Il cristianesimo non è l’unica religione ad avere i propri martiri; anche se, a giudicare dalle note difficoltà incontrate dal film Agora, sembra essere ancora oggi, nel 2010, sedici secoli dopo l’assassinio di Ipazia, l’unica autorizzata a celebrarli. Per questo, libri come quello di Petta e Colavito assumono un’importanza particolare: perché ci ricordano che le figure che hanno contribuito a fondare la nostra società, il nostro modo di pensare, nonostante la terra con cui le hanno seppellite, o il fuoco con cui le hanno bruciate, o le pietre con cui le hanno lapidate per imporre loro il silenzio, ancora gridano, ci mostrano la via, e ci avvertono che sedici secoli sono un periodo di tempo ancora troppo breve perché i loro nemici possano aver cambiato intenti.

 
 
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