Ipazia, lettera ad Adriano Petta
di Roberto Saviano 20 aprile 2004

Caro Adriano ho terminato di leggere Ipazia. Ho girato l’ultima pagina, ho chiuso un libro che tenevo aperto da una settimana. Ho preso molteplici appunti, mi sono portato a mente molti titoli, numerose descrizioni. Adriano sono fiero di conoscerti. Sono felice di aver letto un così vivo libro. Un testo che rende battaglia alla damnatio memoriae a cui Ipazia ed il suo pensiero sono stati condannati. Ma non voglio subito farmi prendere dalla passione e voglio procedere per gradi.

Ho condiviso benché all’inizio sembrasse una armonia insolita, la scelta di narrare al presente. Le scene che Shalim descrive si materializzano nell’immaginazione del lettore con un tempo contemporaneo al racconto.La ricerca dei papiri, della carta, dello strumento per scrivere e quindi perpetrare, comunicare, conservare, riesce Adriano, a introdurre nel fervore della comunità scientifica alessandrina. Attraverso il rapporto di iniziazione ed amore intellettuale di Shalim e Ipazia ho rivisto l’insegnamento socratico descritto nei dialoghi di Platone. Ipazia compie una maieutica con il giovane pensatore Shalim, non lo forma, non lo educa, semplicemente gli lascia liberamente scegliere le strade da percorrere. Questo socratico processo rende Shalim ed Ipazia carichi di un plusvalore di mito, ovvero di simbolo.
Simbolo che non si smarrirà mai durante il romanzo, come una sorta di filosofia della storia. Il rapporto tra maestro e discente, tra saggezza e fanciullezza, tra intelligenze, il rapporto intellettuale come forma sublime d’umanità e salvaguardia del sapere. Il messaggio è chiaro!

A pag.89 quando descrivi il massacro di Tessalonica mi è parso (non so se la cosa è stata da te voluta) di vedere lo stadio di Santiago del Cile quando con il golpe di Pinochet furono raccolti e massacrati centinaia e centinaia di oppositori raccolti nello stadio. Più volte nel romanzo ci si trova a riflettere su episodi antichi che sembrano somigliare a fatti accaduti nel nostro tempo.Situazioni che paiono metafore continuamente ripetute dell’idiozia e della violenza umana ma anche della grandezza e della infinita potenza del sapere.
La scelta di citare autori obliati dal tempo rende gustosissimo il procedere tra bibliografie e citazioni. Maria l’ebrea, Zosimo di Panopoli.
La biblioteca di Alessandria sembra quasi una creatura nata dalla fantasia di Borges invece rendi il tutto con profondo rigore filologico.
Sarebbe stato pericoloso trattare tale materia con una, pur legittima, passione favolistica, con una piacevole aspirazione impressionista.
Sei stato rigoroso, non sei caduto nella tentazione letteraria o meglio, pittorica. Con l’interminabile citazione di libri ed autori sconosciuti o quasi, perduti e dimenticati, le papille gustative del bibliofilo (come me) iniziano a secernere una quantità abnorme di saliva…
I sogni di Ipazia, opera di Antonino Colavito (mi raccomando condividi con lui i miei complimenti) sono vere e proprie caleidoscopiche discese nella concettualità di Ipazia. Ho prediletto i sogni finali di Ipazia. Sogni laici capaci di affrescare l’intera complessità razionale e filosofica.

Caro Adriano ho anche condiviso il rigore della tua narrazione. Ipazia non è una semplice donna che pensa e per tal cosa genera scandalo. La tua narrazione non tende mai ad ammiccare alla femminilità diversa di Ipazia. Ipazia è una donna che combatte anche per le donne ma il suo pensiero, la sua prassi non assume mai nel tuo racconto, una sorta di pantomima da suffragette. Mai. Ipazia se lotta per la libertà delle donne lo fa nella misura in cui battaglia per l’emancipazione dell’intera umanità dalla minorità del dogma e dell’ignoranza. Ne esce foggiata dalle tue parole una Ipazia filosofo. Una mente altissima capace di sintetizzare in se quanto v’è stato di più alto nel mondo antico ed anche un incredibile rostro che avrebbe potuto attraccare sulla nave dei tempi medievali conedendogli saperi e conoscenze che dovranno invece attendere secoli. Ho condiviso la tua idea, direi vichiana, che con l’uccisione di Ipazia e la distruzione della Biblioteca, l’umanità è stata privata di secoli di storia ed è stata relegata in secoli di ubbie. A pag. 114 fai dire ad Ipazia che la centralità è la mente. Mente ed anima. Mi è parso un omaggio a Spinoza così come a pag. 163 Ipazia spodesta l’uomo al centro del mondo e dell’universo mi è parso un omaggio a Giordano Bruno. E’ strepitoso come Ipazia avesse già tutto detto ed in se tutto raccolto. Un sapere scientifico universale.

Il riferimento alla peste cattolica che distruggerà ogni cosa è molto calibrato. Anche la scelta di rendere Shalim un cattolico mi è parsa una scelta felice (benché non l’avessi apprezzata nelle prime pagine). Invece è forse uno dei tocchi di maggiore intelligenza del libro.
Mostrare che non è la religione in se a genere il crimine ma la gestione di essa, la sua ideologizzazione, cosa importantissima. Pensare che oggi si arriva a dire che l’islam in se è creatore di abominio e disumanità, beh alla luce di ciò la tua scelta diviene geniale.
Avevo preso molti altri appunti, ma forse è inutile almanaccarli tutti. Rischio di divenire noioso. Scrivi ancora Adriano. Lo spero davvero.
Che dirti Adriano. La tua opera, la vostra opera è riuscita a raggiungere l’obiettivo. E’ un romanzo capace di sedimentare le molteplicità culturali e coinvolgere i nervi, lo stomaco, le papille gustative, gli occhi che stravedono templi ed incendi. Appicca la tua prosa Adriano, le secche praterie della narrativa contemporanea incendiando questa bigia notte narrativa e rendendola invece rutilante.
Un abbraccio stretto e fiero.

Roberto Saviano

 
 
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